emozioni secondo Damasio, una teoria rivoluzionaria

Provare emozioni di fronti a determinate situazioni è inevitabile e insito della nostra natura. Ma queste emozioni cosa sono? Devono essere controllate dalla ragione? Come vanno giudicate?

Secondo Antonio Damasio nel libro Descartes’ Error, ci sono le “emozioni primarie” che sono presenti fin dalla nascita a quindi universali. Ho fame, mangio, preservo il mio corpo. Scotta, tolgo la mano, preservo le mie cellule.

Poi vi sono le “emozioni secondarie”, che, innescate dalla corteccia prefrontale (il modo non è ancora chiaro), si pensano siano frutto dell’esperienza e quindi singolari. Damasio analizza una serie di pazienti che hanno perso quella parte del cervello per vari incidenti e nota che se, in prima istanza sembrano delle persone normalissime, e anche ad un’ulteriore analisi, hanno invece difficoltà a tenere strette amicizie, lavoro, quindi grosse difficoltà di adattamento.

Ad esempio uno di questi pazienti, sottoposto a diversi test di intelligenza, ha risposto come un individuo normale, ma trovatosi di fronte a scegliere tra due date per fissare un appuntamento si è trovato a ragionare per mezz’ora su pro e contro. Quando un individuo sano avrebbe scelto anche secondo istinto evitando così inutile perdite di tempo.

E questo “istinto” guadagnato, che si esprime tramite le “emozioni secondarie”, non è altro che una serie di configurazioni e di connessioni che si sono sviluppate con il tempo. Gli effetti di questo istinto sono provati, tanto è vero che vengono persino inseriti in contesti completamente diversi, come nelle categorie tra i metodi decisionale nelle teorie aziendali di Mintzberg e Westley, come ricordo di aver affrontato durante i miei studi universitari.

Le emozioni sono un elemento fondamentale nel processo decisionale guidato dalla ragione, al contrario chi non ha emozioni può arrivare a fare le scelte più irrazionali. Damasio vede quindi il corpo come l’estensione della mente, e non come due entità separate. Questa assunzione, molto convincente e ben argomentata, porta a rivalutare molte delle teorie dei più grandi filosofi, tra cui Kant di cui vorrei parlare in un altro post, e naturalmente Descartes.

E ora veniamo a noi, “emozione” significa portare verso l’esterno, ma sarà ben noto anche a voi, miei cari amici, che un emozione può essere in parte controllata, soprattutto nella sua manifestazione. Ora pensate a una persona che è disgustata dagli omosessuali, non si può biasimare questa emozione. Mentre invece si può tranquillamente criticare un’azione dettata da quell’emozione, o il fatto di non aver capito che sia naturale.

Basandosi su questa teoria, dispiacersi per i morti degli attentati terroristici degli ultimi giorni, ad esempio, e manifestarlo di conseguenza con post, discorsi, etc., oppure non essere mossi per niente e non fare nulla sono due comportamenti agli opposti, ma entrambi altrettanto plausibili. Anche dal punto di vista del risultato: “essere dispiaciuti” può fare qualche bene? “Sperare” può cambiare di una virgola questo mondo?

Ora mettiamo che un vostro caro stia male. Qui ancora una volta un’emozione, ad esempio essere preoccupati, ci dica che qualcosa va cambiato. Tutti sono bravi a piangere, a dimostrarsi preoccupati, a sperare in un miglioramento. Ma è chi su l’onda di quell’emozione riesce a cambiare le priorità e fare qualcosa di concreto per l’altro, chi riesce a dimostrarsi sereno, e chi soprattutto riesce ad ascoltare il desiderio del prossimo (che non va dimenticato è chi soffre di più) a fare la differenza.

Perdonate la fretta e l’incompletezza con cui ho trattato questi argomenti, ci sarebbe bisogno di uno spazio molto più lungo e anche di una ricerca molto più approfondita. Inoltre ho portato l’argomento a figure o fatti mi riguardano da vicino. Dovrebbe essere comunque uno spunto per farvi riflettere, prometto che approfondirò.

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Immagine: http://www.amazon.com/Descartes-Error-Emotion-Reason-Human/dp/014303622X
piccola dedica ad una mia amica che mi ha presentato questo testo regalandomi una importante chiave di lettura

 

casa e 初心 tra Italia e Giappone

Non mi è mai piaciuto chiamare “casa” nessun luogo.

Vedete, miei cari amici, chiamare un posto “casa” ha, oltre ad alcuni vantaggi, un buon numero di svantaggi. E’ più difficile cambiare casa ed essere liberi di muoversi come il vento, più semplice invece fare di un posto propria dimora provvisoria, ma nel contempo essere pronti a partire. Ad esempio, perché chiamare “casa” l’Italia? Solo perché qualcuno ha deciso per me che nascessi in quel Paese? Perché invece chiamare “casa” il Giappone? Dove sta scritto che un giorno non me ne andrò.

Tuttavia ho scelto il Giappone fin dal primo momento, partito con speranze tante e belle, ma pur sempre solo speranze. E mi sono emozionato per modi di pensare, abitudini, cibo, ospitalità, lingua, il mercato, la stazione, la lingua.. Alcune aspettative sono state superate da realtà, alcune speranze sono diventate realtà, altre speranze sono state perse.

E così facendo si va inevitabilmente a dimenticare lo spirito originario con cui si affrontavano le cose, perché ci si mette l’esperienza a smorzare alcune emozioni, il tempo a scoprire i lati oscuri, la routine a rovinare la novità.

In questo caso ritornare in patria mi ha fatto davvero bene. E non è stato solo per vedere i parenti, mangiare il cibo nostrano e farsi un pò coccolare. Ma da una parte per capire quanto mi manca chi è lontano 10000km. E soprattutto per capire quanto il Giappone sia il posto dove rimarrò a lungo, dove mi sento più adeguato, dove ho riposto tutti i miei sogni fin dall’inzio.

In Giapponese c’è una parola che esprime questo sentimento: (初心 shoshin) che è composto da due kanji che significano “iniziare una cosa per la prima volta” (perché c’è anche un altro kanji che sta per “iniziare una cosa che si ha già fatto in precedenza”) e “cuore”. Con questa parola si intende ritornare al proprio sentimento originario di quando si era principianti, aperti a mille possibilità, desiderosi di apprendere, pieni di speranze.

Lo si può fare magari ascoltando quella canzone del primo viaggio, ritornando a quel paesaggio di vecchia conoscenza, annusando quel profumo dei fiori di pesco. Ma lo si può fare anche prendendosi una pausa, per poi ritornare.

Bene miei cari amici, mi auguro che possiate trovare il vostro shoshin. E’ molto prezioso e potrebbe aiutarvi nel vostro percorso.

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IMMAGINE http://blog.esuteru.com/archives/8027385.html
Il kuro neko (letteralmente “gatto nero”) è un’azienda di trasporti che fa parte di uno dei primi ricordi che conservo di Osaka dove sono atterrato per la prima volta in Giappone. Le ragazze sono state molte gentili a darmi indicazioni, anche se non sapevo quasi niente della lingua.

le vacanze non servono

In questo periodo vissuto a Tokyo sono stato occupato all’estremo, tanto da non riuscire a fare delle cose che avrei voluto fare. Però è grazie a questo che ho ho ridefinito il mio concetto di “vacanza” e vorrei condividerlo con voi, miei cari amici.

Su Wikipedia ancora viene declassata come una “nota disambigua” che poi rimanda al concetto di ferie.

“Che ansia. Sebbene il significato sia corretto, nella parola “vacanza”, o meglio “ferie”, ci deve essere dentro la parola “lavoro”: ma allora che vacanza è?” scrivevo nel 2012.

Solo perché vedevo il lavoro (università) come una forzatura, non come “vivo per lavorare” ma un “lavoro per vivere”, come accade spesso. Ci si arrende a fare la cosa che non piace per la sicurezza di uno stipendio, la solidità di un futuro, che seppure mediocre è sempre più certo che incerto.

Ma pensandoci bene le vacanze non dovrebbero esistere. Almeno in teoria.

Perché se si ama quello che si fa, la vita che si conduce, non c’è bisogno di fare altro.

Intendo nella giornata di ventiquattro ore, non solo a lavoro.

Ho scoperto quanto non sopporti “essere in vacanza” inteso come fare niente, improduttività. Non voglio dormire per lasciare passare il tempo, ma fare mille cose. Non voglio aspettare passivo che le possibilità si creino per me, ma voglio aprirle io con queste mani. Non voglio vivere in una condizione di insoddisfazione, ma impegnarmi per cambiare le cose, tassello per tassello. Come invece fanno molti.

Non è che un azione è uno spreco di tempo o no a prescindere. Ad esempio giocare ai videogame dove non si impara niente, privi di storia, come la maggior parte dei giochi a cellulari che vedo fare, è per me un inutile spreco di tempo. A meno che non ci siano ragioni più importanti come rilassarsi o cancellare stress.

Prima dicevo almeno in teoria per trarvi un trappola. So che c’è chi tra di voi chi già starà pensando: “è sì, i sogni di un ragazzino che non ha ancora iniziato a lavorare”, “ma poi le cose non sono tutte bianche o nere, c’è un lavoro che può piacere in parte e in parte essere molto noioso” oppure “carino questo post, belle parole ma solo in teoria, io non posso cambiare niente e inoltre sono mediamente soddisfatto”.

A questo proposito vi vorrei far notare due cose:

1 C’è chi ce l’ha fatta. C’è chi ha fatto della sua passione il suo motivo di vita, tra ballerini che viaggiano il Mondo o filmmaker di successo che sono partiti vivendo in un camper, o Revel. Quando “farcela” non significa sempre, ma può variare a seconda del periodo.

2 In fin dei conti, provate a rispondere a questa domanda: “non vedo l’ora di andare in vacanza?”.

 

 

E in profondo saprete già da che parte state.

 

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IMMAGINE: http://stevenfields.deviantart.com/art/holiday-339635312

 

 

il caos a Tokyo

“In questo periodo mi sento come se mi stessi perdendo una parte di mondo.” “Sono un pò stanco luoghi comuni, compromessi e pensieri pre impacchettati.”

Scrivevo tempo fa.

Dopo un anno di Giappone mi sento in un luogo ancora totalmente estraneo per tanti aspetti, tra persone che alternano la freddezza e la distanza al calore improvviso e il contatto, giornate fredde che si alternano a caldi estivi.

Pressione dei miei genitori e complimenti dei miei amici, terremoti che mi scuotono a destra e sinistra.

In questa avventura che non ha fine, gente che odia sto posto, gente che lo ama. Gente che odia gente, tanti che non mi sarei mai aspettato, gente che vive nella città più densa di abitanti al mondo.

Tra persone molto amichevoli, solo in apparenza, tra le forme e le frasi fatte anche nell’intimità, poi lo scoppio in lacrime delle ragazze, il brillare delle aziende e le vie nascoste del malaffare.

E ancora mi giro a destra e sinistra senza parole e penso, bisogna veramente essere portati per il Giappone.

Le difficoltà del rito della ricerca del lavoro, gli inchini in classe ogni mattino, i passi falsi, il part time, i salary man, i pervertiti, i Kanji, le JK.

Chi ragiona e pensa in modi a cui non avevo mai pensato prima, gente che prima pensavo potesse esistere solo in un fumetto.

E io da spettatore incredulo osservo questo Mondo, cercando di fare ordine nella mia testa e non riuscendoci, cercando di cibarmene.

In piccoli dosi, perché abusarne potrebbe essere molto pericoloso.

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solo in Giappone

Vorrei celebrare il mio primo compleanno in Giappone, scrivendo questo articolo.

Avrei voluto smetterla di scrivere di questo postaccio, ma sì, ci sono altre mille cose da raccontare in realtà. Ma non ci riesco.

Perché questo posto è veramente incredibile e più passa il tempo, più ne riesco ad assaporare le sfumature e a comprenderne gli intrecci e più mi sento ignorante. E questo sentirmi ignorante, a cui non attribuisco un significato negativo, significa per me tornare ad essere bambino. Non sono di certo un uomo vissuto, ma la condizione in cui mi trovo, in questo paese, mi racchiude spesso in questa dimensione, spettatore incredulo di una realtà parallela, bramoso di imparare da tutto e da tutti.

Frequentare una scuola di Giapponese significa ritornare a scuola con tutto quello che ne consegue, compagni di classe, verifiche, e perfino gite. Chi si sarebbe mai aspettato che le gite sarebbero continuate? E io che pensavo che quella in Sicilia in quinta Liceo sarebbe stata l’ultima…

E invece tu, maledetto Giappone, a smentirmi come sempre. Sei riuscito a mettermi un foglio con le istruzione sul pranzo al sacco, in coda ad una fila di compagni guidati da una Maestra.

Nel frattempo, mi sento più adulto che mai. A 10000km da casa, con il mio primo lavoro part-time o in giacca e cravatta in giro per aziende, a cercare di mettere a frutto anni e anni di impegno.

Avevo già parlato del fanciullino di Pascoli qui, che guarda al mondo con gli occhi di colui che scopre le cose per la prima volta, si stupisce e si emoziona, vive come bambino. Nel contempo da adulto, lasciandosi trasportare nell’ abisso della verità, conosce l’espressione del mistero e dell’essere, l’essenza delle cose, mettendo sullo stesso piano reale e irreale.

Bhè, qui questi due aspetti convivono di per sé, infatti questo posto anche se segnato sulla cartina, è solo un grosso fumetto! Finalmente l’ho capito. Riprendendo il discorso che invece avevo fatto qui, bhé non sono più tanto sicuro che ci sia un vostro “Giappone” al di fuori del Giappone.

La conclusione di questo post, per voi occidentali che cercate sempre di razionalizzare, non c’è! A parte che parlo del Giappone come se fosse la mia donna (il che un pò mi preoccupa) e che siete cattivi perché non venite a trovarmi, non ne vedo altre!

Miei cari amici, oggi ho parlato solo di me e spero che me lo concediate, d’altronde é il mio compleanno, in Giappone!

Wow, tanti Auguri a me e avanti tutta, vento in poppa.

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Naturalmente auguri anche a voi, per il vostro non compleanno. E spero che ve la stiate passando bene.

FONTI:

foto scattata personalmente al Museum of Housing and Living in Osaka. Vi consiglio di visitarlo se siete di strada.

Cose da fare prima di lasciare questo mondo, magari anche nel 2015

Aggiorno la mia lista delle cose da fare prima di lasciare questo mondo, perché l’ho già fatto qui e qui. Diciamo che poi colgo il nuovo anno alle porte per fare anche un pò di propositi.

  • Visitare il deserto di Paranal! (questo è rimasto immutato)
  • Imparare a disegnare (ho iniziato a fare qualcosa)
  • Imparare ad ascoltare la classica (sarebbe davvero figo)
  • Innamorarsi del mio lavoro (quello part-time non conta vero?)
  • Finire una caramella gommosa senza masticarla (sono passati anni di prove, ma ancora non ci sono riuscito)
  • Uplodare su Youtube un video con almeno 5000 visualizzazioni (non avevo idee quando ho scritto questa cosa, ma adesso potrei parlare di mille cose)
  • Finire come si deve Final Fantasy VII (non gioco quasi più ai videogame, ma ci conto ancora)
  • Imparare a fotografare bene
  • Tornare nei boschi del Trentino

Obiettivi in completamento

  • Imparare ad osservare lo Spazio o andarci direttamente. Ok, facciamo che inizio con la prima (qui sto gettando le basi per farlo)
  • Sentirmi realizzato per aver realizzato un mio progetto (progetto “Giappone” conta vero?)

Obiettivi da modificare / cancellare

  • Vincere un buon contest di popping -> riprendere ad allenarsi costantemente (mi basta questo per ora)
  • Imparare a rispondere male a quelli che mi dicono qualcosa sulla mia altezza -> non serve (perché li capisco e non sono scortesi quando me lo dicono)
  • Rendere orgogliosa la mia famiglia -> io pensavo bastasse finire l’uni bene e in tempo, ma non si può concretizzare in una cosa. C’è sempre un nuovo ostacolo. Quindi direi che per ora resta fuori dalla lista.

Obiettivi completati

  • Imparare il Giapponese di base
  • Guardare Naruto (e finalmente dovrebbe finire dopo un paio di puntate ancora)
  • Imparare a cucinare bene il Sushi (ok, non bene ma sono capace)

Nuovi obiettivi

  • Imparare il Giapponese avanzato, che rientra nella categoria “migliorare la mia vita a Tokyo” insieme ad altri piccole grandi cose da fare

Una piccola conclusione: ricordo quando ho scritto la seconda volta questi obiettivi, in realtà non stavo facendo quasi niente di quello che veramente avrei voluto fare. Invece adesso mi sento sulla strada giusta.

Naturalmente “quello che conta è il viaggio non la meta”  ma senza la giusta meta non può esserci il viaggio.

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E voi? Siete in vena di fare nuovi propositi?

Buon anno a tutti, miei cari amici.

IMMAGINE: Deviant Art ancora http://xxxnicolettexxx.deviantart.com/art/Objective-265063378