Il Limbo del dormitorio

Dopo tanti anni passati a viaggiare per il mondo e da casa, posso dire con certezza che il viaggio è uno dei promotori più forti di emozioni, esperienze e quindi ricordi. Essere in uno “stato di viaggio” nella propria vita, significa uscire dalla propria zona di confort, per andare a caccia di emozioni.

E cosa siamo noi essere umani se non dei cacciatori di emozioni?

Per questo ho sempre ricercato lo “stato di viaggio” nella mia vita, e ho sempre avuto un senso di insofferenza per le cose che mi portavano all’estrema routine.

Il viaggio può essere un mare un pò torbido, ma tiepido, un hotel con una finestra che guarda sul tetto di un edificio, un ostello pieno di giovani che fanno baccano.

Ma seguito dal viaggio, c’è la permanenza provvisoria più o meno lunga. E con la permanenza arriva spesso il dormitorio/casa condivisa.

Ci sono dei fattori comuni per queste abitazioni: spesso si sono viste solo in foto, si trovano per le più vicino a scuole, hanno un sacco di regole in più. A differenza di ostelli e hotel, sono quasi completamente spogli. E si potrebbe dire che l’entrata è il rito che segna l’inizio di un’avventura importante.

Una signora di mezza età o la ragazza del lavoro part time sono i tuoi Virgilio che ti guidano all’iniziazione.

Si arriva spesso affannati, colmi di speranze e attese, pieni di pensieri per la testa.

E poi questo buco spoglio da non crederci.

Una scrivania, una sedia, un materasso. Una finestra.

“ok…”

Non c’è neanche il lusso di parlare di aspettative, il flusso dei pensieri è smorzato come fuoco sotto una cascata fredda.

“E adesso?…” Ritornato l’istinto di sopravvivenza, la prima attenzione va agli appendini. Che naturalmente non ci sono.

“Azz, lo sapevo che dovevo portarli” segue un istante di pentimento.

“Benvenuto nel Limbo” dice Virgilio prima di sbattere la porta.

E’ sì perché si è a due passi dal Paradiso, ma è un attimo a precipitare nell’Inferno.

Perché non si è in viaggio, ma è come se si stesse viaggiando. Ce la si può prendere un pò più con comodo, ma guai ad abbassare la guardia. L’essere spogli dà l’impressione di essere proprietari di una piccola casa, anche se è solo un’illusione provvisoria. Si è circondati da un sacco di omini, che però potrebbero non avere niente da condividere.

E con i quali invece c’è da condividere spesso un bagno, una cucina, una lavatrice. Costretti a vivere affianco ad altri essere umani, ma che per bilanciare questo fattore il più delle volte si atteggiano a sconosciuti.

Posso dire con certezza, che ognuno di quei luoghi è stata la base per esplorare mondi a me nuovi e sconosciuti.

Potrei descrivere in dettaglio una per una la vista dalla finestra di quei luoghi.

Dolci amari ricordi, di luoghi da cui non mi sono mai pentito di allontanarmi.

 

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FONTI:

immagine: http://rahmatozz.deviantart.com/art/Dormitory-387547200

casa e 初心 tra Italia e Giappone

Non mi è mai piaciuto chiamare “casa” nessun luogo.

Vedete, miei cari amici, chiamare un posto “casa” ha, oltre ad alcuni vantaggi, un buon numero di svantaggi. E’ più difficile cambiare casa ed essere liberi di muoversi come il vento, più semplice invece fare di un posto propria dimora provvisoria, ma nel contempo essere pronti a partire. Ad esempio, perché chiamare “casa” l’Italia? Solo perché qualcuno ha deciso per me che nascessi in quel Paese? Perché invece chiamare “casa” il Giappone? Dove sta scritto che un giorno non me ne andrò.

Tuttavia ho scelto il Giappone fin dal primo momento, partito con speranze tante e belle, ma pur sempre solo speranze. E mi sono emozionato per modi di pensare, abitudini, cibo, ospitalità, lingua, il mercato, la stazione, la lingua.. Alcune aspettative sono state superate da realtà, alcune speranze sono diventate realtà, altre speranze sono state perse.

E così facendo si va inevitabilmente a dimenticare lo spirito originario con cui si affrontavano le cose, perché ci si mette l’esperienza a smorzare alcune emozioni, il tempo a scoprire i lati oscuri, la routine a rovinare la novità.

In questo caso ritornare in patria mi ha fatto davvero bene. E non è stato solo per vedere i parenti, mangiare il cibo nostrano e farsi un pò coccolare. Ma da una parte per capire quanto mi manca chi è lontano 10000km. E soprattutto per capire quanto il Giappone sia il posto dove rimarrò a lungo, dove mi sento più adeguato, dove ho riposto tutti i miei sogni fin dall’inzio.

In Giapponese c’è una parola che esprime questo sentimento: (初心 shoshin) che è composto da due kanji che significano “iniziare una cosa per la prima volta” (perché c’è anche un altro kanji che sta per “iniziare una cosa che si ha già fatto in precedenza”) e “cuore”. Con questa parola si intende ritornare al proprio sentimento originario di quando si era principianti, aperti a mille possibilità, desiderosi di apprendere, pieni di speranze.

Lo si può fare magari ascoltando quella canzone del primo viaggio, ritornando a quel paesaggio di vecchia conoscenza, annusando quel profumo dei fiori di pesco. Ma lo si può fare anche prendendosi una pausa, per poi ritornare.

Bene miei cari amici, mi auguro che possiate trovare il vostro shoshin. E’ molto prezioso e potrebbe aiutarvi nel vostro percorso.

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IMMAGINE http://blog.esuteru.com/archives/8027385.html
Il kuro neko (letteralmente “gatto nero”) è un’azienda di trasporti che fa parte di uno dei primi ricordi che conservo di Osaka dove sono atterrato per la prima volta in Giappone. Le ragazze sono state molte gentili a darmi indicazioni, anche se non sapevo quasi niente della lingua.

la mela si sbuccia?

La mela si sbuccia?

E’ bello pensare che siamo tutti diversi. Anche molto diversi. Personalmente sarei molto annoiato se fossimo tutti uguali.

Quando ci si trova davanti a risposte estremamente diverse alla stessa domanda si può reagire con stupore, ammirazione, ripudio, senso di incapacità…

Ora vi vorrei presentare due facce molto diverse di una stessa medaglia.

Nonostante per chi è emigrato in un Paese all’estero imparare la lingua sia una chiave per accedere a molte porte. Per poter ottenere un lavoro, leggere un libro, un’insegna, prendere parte ad una conversazione. Sapere una lingua straniera sarà sempre un’abilità riconosciuta dal prossimo, per questo è importante farne tesoro. Sapete la storia, vi possono portare via tutto, ma non la cultura? E’ vero.

Ora mettiamo che vi troviate sulla vetta del Fushimi Inari, di sera, si vede tutta Kyoto illuminata. Atmosfera romanticissima è il momento. Vi state per confessare alla ragazza della vostra vita, fate per parlare:

私が好き (Io piacere)

何? (cosa??)

E’ naturale che questa frase non abbia effetto come questa, detta in dialetto locale:

この景色より、君がきれいやで。(vedi questo? tu sei ancora più bella)

あ、ありがと.. あたしも好き (ah… grazie. Anche tu mi piaci)

Però l’altro aspetto della medaglia è questo. Per quanto vi sforziate di imparare una lingua, la lingua è “solo” un mezzo di comunicare. Cioè se manca quella che sta prima, il sentimento, l’interessamento, la conoscenza, non serve a niente sapere una lingua.

Se quello che sta prima della comunicazione è forte, basta una comunicazione di base, un sorriso, un gesto per ottenere quasi gli stessi risultati.

Ritornando alla metafora della cucina. Il mio augurio è quello di lasciare questi problemi a chi ha tempo di pensare ai dettagli, ma voi che siete gli esploratori di questo mondo, accettate che ci sia chi sbuccia e chi no senza pensarci troppo. E invece sedetevi alla tavola di chi vi ha ospitato, non importa se con qualche parola frammentata, bevete e mangiate, ridete insieme.

Oltre alla pancia piena vi ritroverete con tante nuove cose da raccontare.

E forse lascerete la buccia sulla mela, la prossima volta.

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FONTI:
vista di sera dal Fushimi Inari, Kyoto http://kyotrip.blog79.fc2.com/blog-entry-20.html?sp

la fine del viaggio

Il viaggio è il contenuto. Ma è quando si arriva ad un fine, come potrebbe essere salire su un aero o un treno, che si ha tempo di pensare a uno spettro più ampio.

Perché quando si è in viaggio si è troppo presi a fotografare quell’animale sconosciuto, arrivare in cima alla salita per visitare quel posto, dare il massimo ogni giorno. Perché si sa che prima o poi si dovrà tornare e perché bisognare ripagare quella fortuna ricevuta, che vuole in cambio impegno e perseveranza. 

Ed è quindi alla fine che si tirano le somme, i mesi che si sono accumulati fino a diventare anni. La fotografia dì sé stesso al momento della partenza e il confronto con la persona che sta tornando. Quanto si è cambiati? Si richiamano alla memoria i frammenti di quando tutto ha avuto inizio. Quale erano le aspettative e poi come è andata?

Si pensa alle persone incontrate, parte fondamentale del proprio percorso. Agli abbracci e ai sentimenti ricevuti, a coloro con cui si ha condiviso tempo e sogni: chi sembrava dover rimanere, perché se ne è andato? Chi invece è rimasto fedele fino alla fine?

Ai momenti per sé stesso. Alle sfide superate, ai fallimenti. Alle proprie delusioni e le conquiste. A quando c’era solo Io a risolvere i problemi. Oltre un voto o un opinione altrui, quanto queste cose contano secondo il proprio giudizio?

Alle proprie origini, quindi agli affetti che, anche se lontani, ci hanno donato la forza per continuare anche nei momenti più difficili. E poi al proprio Paese dove si ha passato l’infanzia o più. C’è ancora speranza?

Sei a casa! Ma è questa veramente la tua casa? Cosa hai portato, oltre a qualche souvenir, un piccolo solco sulla faccia e occhi che hanno visto il Mondo. Chi sei e che cosa vuoi? Ma soprattutto, perché riparti così presto? Non ti bastava la tranquilla Itaca, una reggia senza Proci e la tua Penelope?

‘O miei cari amici,’ dissi, ‘che per cento milia
perigli siete giunti a l’oriente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”. »

E ancora senza risposte, una cosa la sai: non puoi fermarti nel tuo folle volo.

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IMMAGINE: http://www.engramma.it/eOS2/index.php?id_articolo=1121
QUADRO: W. Turner, Shipwreck of the Minotaurus, 1793
TESTO: Divina Commedia, Inferno
PS: “semenza” significa stirpe. Non era “oriente” ma “occidente”. E al posto di “miei cari amici” c’era “frati”, ma ho dovuto adattare per ovvie ragioni. Sì, lo so. Così non è più endecasillabo.

Cose da fare prima di lasciare questo mondo, magari anche nel 2015

Aggiorno la mia lista delle cose da fare prima di lasciare questo mondo, perché l’ho già fatto qui e qui. Diciamo che poi colgo il nuovo anno alle porte per fare anche un pò di propositi.

  • Visitare il deserto di Paranal! (questo è rimasto immutato)
  • Imparare a disegnare (ho iniziato a fare qualcosa)
  • Imparare ad ascoltare la classica (sarebbe davvero figo)
  • Innamorarsi del mio lavoro (quello part-time non conta vero?)
  • Finire una caramella gommosa senza masticarla (sono passati anni di prove, ma ancora non ci sono riuscito)
  • Uplodare su Youtube un video con almeno 5000 visualizzazioni (non avevo idee quando ho scritto questa cosa, ma adesso potrei parlare di mille cose)
  • Finire come si deve Final Fantasy VII (non gioco quasi più ai videogame, ma ci conto ancora)
  • Imparare a fotografare bene
  • Tornare nei boschi del Trentino

Obiettivi in completamento

  • Imparare ad osservare lo Spazio o andarci direttamente. Ok, facciamo che inizio con la prima (qui sto gettando le basi per farlo)
  • Sentirmi realizzato per aver realizzato un mio progetto (progetto “Giappone” conta vero?)

Obiettivi da modificare / cancellare

  • Vincere un buon contest di popping -> riprendere ad allenarsi costantemente (mi basta questo per ora)
  • Imparare a rispondere male a quelli che mi dicono qualcosa sulla mia altezza -> non serve (perché li capisco e non sono scortesi quando me lo dicono)
  • Rendere orgogliosa la mia famiglia -> io pensavo bastasse finire l’uni bene e in tempo, ma non si può concretizzare in una cosa. C’è sempre un nuovo ostacolo. Quindi direi che per ora resta fuori dalla lista.

Obiettivi completati

  • Imparare il Giapponese di base
  • Guardare Naruto (e finalmente dovrebbe finire dopo un paio di puntate ancora)
  • Imparare a cucinare bene il Sushi (ok, non bene ma sono capace)

Nuovi obiettivi

  • Imparare il Giapponese avanzato, che rientra nella categoria “migliorare la mia vita a Tokyo” insieme ad altri piccole grandi cose da fare

Una piccola conclusione: ricordo quando ho scritto la seconda volta questi obiettivi, in realtà non stavo facendo quasi niente di quello che veramente avrei voluto fare. Invece adesso mi sento sulla strada giusta.

Naturalmente “quello che conta è il viaggio non la meta”  ma senza la giusta meta non può esserci il viaggio.

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E voi? Siete in vena di fare nuovi propositi?

Buon anno a tutti, miei cari amici.

IMMAGINE: Deviant Art ancora http://xxxnicolettexxx.deviantart.com/art/Objective-265063378

vento

Oggi ho sentito qualcuno che mi chiamava.

Stavo uscendo dalla porta della biblioteca quando tutto ad un tratto il vento ha iniziato a parlare. Mi sono guardato bene intorno per controllare se ce l’avesse con qualcun altro, ma in realtà c’ero solo io nei dintorni.

Allora mi avvicino per sentire meglio cosa avesse da dirmi… non avevo mai notato che avesse una voce così piena e profonda. Di colui che ha viaggiato per terre sconosciute, conosciuto tesori nascosti e scoperto i segreti della vita.

E senza chiedere mi ha risucchiato nel passato, ai tramonti sull’Adriatico, al freddo di Helsinki e alle Isole del Giappone.

Perché vento è libero di partire e tornare, senza dover rendere conto a nessuno. Di infilarsi dolce dovunque. Si adatta ad ogni situazione, osserva lo scorrere del tempo e degli eventi rimanendo fiero e potente. All’occorrenza forte come roccia, veloce e tagliente a volte leggero come piuma.

E ripenso, mi sarebbe piaciuto essere vento.

Ma forse si può essere uomini, e somigliare a vento.

the_wind_rises_by_stephengarrett1019-d77h60uFONTI:
immagine (da vedere intera) http://stephengarrett1019.deviantart.com/art/The-Wind-Rises-435821502