natale 3

Parte 1

Parte 2

Niente era più come prima.

L’avanzamento a della tecnologia aveva cambiato ogni cosa. Nel 2662 una trivella delle dimensioni di un transatlantico aveva scavato troppo a fondo nel mantello fino a provocare danni irreversibili al pianeta Terra. Una serie incontrollabile di esplosioni aveva quindi spinto i superstiti della razza umana ad evacuare cercando sopravvivenza altrove.

Le colonie in costruzione su Marte erano state sfruttate prima del previsto: enormi scudi erano stati innalzati per riflettere radiazioni solari e intere città erano state unite da corridoi che correvano per centinaia di chilometri lungo il pianeta. Mentre dall’esterno tempeste di vento si scagliavano con enorme violenza sulle strutture degli umani, le doppie porte a tenuta stagna avevano permesso di isolare un ecosistema sostenibile.

Ma quello scenario che molto tempo addietro aveva suscitato fascino nella razza umana, ora era accompagnato solo da rabbia e sgomento. Perché Marte con la sua natura ostile, aveva portato prevalentemente desolazione in un popolo dove la tecnologia non era bastata a guarire la profonda ferita causata dal disastro del ’62. Egoismo, guerra tra fazioni, ricerca di potere e denaro guidavano ancora le decisioni del genere umano.

Tuttavia lo stile di vita era cambiato radicalmente; si era persa in gran parte la capacità di esprimere sentimenti da quando ogni tipo di interazione era diventata possibile tramite l’uso di dispositivi microtecnologici, smesso di cucinare da quando le stampanti laser avevano permesso la creazione di cibi sintentici con elementi nutritivi pari agli originali. Inoltre l’istologia aveva rallentato sensibilmente l’invecchiamento delle cellule facendo l’uomo ancora più simile a macchina; alla ricerca costante di ottimizzare il consumo di tempo, auto programmato a portare a termine i propri compiti tanto da dimenticare il resto.

E perfino l’amore era diventato solo un freddo passatempo da quando la riproduzione del genere umano era stata affidata ad un unico supercomputer centrale, chiamato Eva. Gli orfani crescevano in centri dove venivano addestrati all’uso della tecnologia e sottoposti al puro nozionismo. La crescita dei bambini era diventata proporzionale all’assenza di vitalità, in quello che si era rivelato essere un tentativo fallito per tentare di portare ordine in un Mondo governato dal caos e dalla sfortuna, sfuggito dal controllo dell’essere umano.

Nonostante questo c’era ancora chi ricercava nei valori del passato la chiave per il futuro, come numero 4742 o come si faceva chiamare, Tairin. Sebbene prodotto di Eva, anche lei cresciuta senza famiglia, aveva invece qualcosa di speciale. E non era la catenella che culminava con una sfera di un colore turchese vivace, la coda legata da un nastro rosso scendeva fino ad accarezzare i fianchi perfetti, né la lunga gonna che lasciava un breve spazio scoperto prima di arrivare a due stivaletti molto semplici. Ma quei due intensi occhi di colore azzurro che ricordavano la purezza del mare più limpido, la calma della neve soffice, capaci di penetrare ogni barriera e raggiungere il cuore di ogni individuo.

Ed era una giornata come le altre quando entrò in uno di quei negozi che trattavano antiquariato, oggetti provenienti da un mondo i cui frammenti vivevano solo nelle parole e nei ricordi di alcuni. L’atmosfera ricordava un salotto di una vecchia casa terrestre; uno stravagante lampadario di cristallo pendeva dal centro della stanza, poltrone di tessuto color porpora erano accostate a tappeti tessuti a mano. Tairin conosceva bene quegli oggetti; uno di quei vecchi cellulari a conchiglia, una radio a valvole che recitava “clipper”, una serie di utensili per cucinare. Ma tra tutti, un oggetto in particolare catturò la sua attenzione: una graziosa scatoletta intarsiata, ricavata probabilmente da un albero terrestre, con un’iniziale incisa sul fronte “R”. Un lucchetto sembrava posto quasi a voler proteggere qualcosa di prezioso.

Tairin studiò per qualche minuto il bauletto. Avrebbe potuto essere anche vuota visto il peso quasi inesistente, il contenuto perso durante tutti questi anni di viaggio; non le rimase che chiedere spiegazioni. Dopo la conferma della presenza del contenuto, non restava che l’acquisto per ottenere la chiave e Tairin non esitò neanche un secondo ad impossessarsene. Sulla via del ritorno fantasticò su cosa avrebbe trovato all’interno, una foto in 2D di un paesaggio innevato, magari un braccialetto ereditato di generazione in generazione, oppure una gemma preziosa posseduta da un Re di altri tempi.

Rinchiusa al nella sua dimora, finalmente inserì la chiave nella toppa ed udì il suono tanto atteso “click”. Inebriata dal profumo del legno, attese qualche secondo prima di analizzare il contenuto. Una lettera! Il dolce rumore della carta che si piega, quella sensazione di fragile robustezza non tradirono le aspettative di Tairin. Sebbene gli anni avessero invecchiato la carta rendendola giallognola, le scritte ancora ben chiare recitavano così:

Caro Babbo Natale,

Scrivo queste due righe a te, Papà Natale.

Non so se sono stato bravo, ho fatto del mio meglio. Ho dato una mano a mio padre con il lavoro, sono riuscito a far sorridere Clara, sai, era da tanto che non sorrideva, a causa della sua malattia… Ah si, ho anche donato i miei guanti nuovi a un bambino che sembrava averne bisogno più di me… Ho una richiesta un po’ particolare, quest’anno. Prima devi sapere: sono due anni che aspetto, nella speranza di rivivere il Natale, sentire la sua atmosfera appieno: oramai non e’ più lo stesso… Non vedo più la magia. Non vedo la magia dell’albero di Natale, non mi sveglio più la notte sperando di riuscirti a vedere, non fremo la mattina, quando dovrei correre verso l’albero per vedere cosa hai lasciato. Quello che vedo ora, e’ un sorriso un po’ incerto, un sorriso di quelli che hanno da nascondere qualcosa. E quel qualcosa e’ dolore, mancanza e nostalgia e lo leggo nelle facce dei miei parenti, lo sento io per primo… perdonami Babbo, ma per quanto mi sforzi, non riesco proprio a vivere il Natale come vorrei. Lui non c’è più e io non me ne faccio una ragione, le sue mani calde e grandi non mi accarezzano più la faccia, mi manca la sua allegria contagiosa e le sua presenza… Quindi veniamo alla mia richiesta. Ecco, vorrei che anche lui avesse un buon Natale, dovunque sia, quindi per favore, ti chiedo di portare questa medaglietta che ho comprato al negozio qui di fronte, direttamente a lui, al mio caro nonno. C’è disegnato sopra un Alpino, sono sicuro che gli sarebbe piaciuta.

Ti voglio bene,

R.

Quale incredibile testimonianza aveva incrociato il uso percorso, rimase a chiedersi Tairin. E ancora faticava a comprendere, perché non conosceva il significato di “Famiglia”, né tanto meno di quel misterioso “Natale”, di cui aveva solo letto. Una seconda lettera seguiva alla prima. Tuttavia la calligrafia era quella di un adulto, la cui penna portava il fardello dell’esperienza, ma che da questa traeva la sua forza e così scriveva:

Caro R.

Da dove incominciare…  Probabilmente non mi conosci, ma io sì. Ho saputo della tua storia da tuo zio, sono passati otto Natali da allora. Sono convinto che le nostre storie siano legate, in fondo anche io ho perso mio nonno da giovane… Speravo di poterti incontrare per scambiare quattro chiacchiere, magari al Chocolate Bar di Green Square, so non c’è niente di meglio che sorseggiare una cioccolata calda al riparo dal vento di questa fredda stagione. Purtroppo le mie ricerche non mi hanno portato a te, ma spero almeno che queste parole possano in qualche modo raggiungerti.

Dunque, hai mai pensato al perché a Natale si ricorda i famigliari scomparsi? Eppure dovrebbe essere una ricorrenza che celebra la nascita come da tradizione. E non è forse il regalo un augurio che il dolore lasci spazio alla gioia, le luci sono un segno di speranza e di calore, non è quindi questa una contraddizione? 

Lascia che ti dica cosa penso: Famiglia e Natale sue due cose speciali. Il legame famigliare che lega i parenti fin dalla nascita spiana la strada all’amore assoluto, che non sempre accade ma è solito accadere. D’altro canto il Natale crea un’atmosfera mistica che accentua ogni emozione. E queste cambiano l’ambiente circostante facendo la differenza in sé stessi nel prossimo. Nel prossimo perché ci avvicina di un poco a chi non conosciamo, e ci fa cadere nelle braccia di chi è sempre stato vicino.. In sé stessi perché ci fa ritrovare le cose semplici con un rinnovato sguardo, ricordare i Natali passati, tornare ad essere bambino.

Ecco vedi, anche il tuo Natale ha cambiato i miei! Ho riflettuto sullo stesso dolore che ci accomuna.. e ho realizzato quanto fosse dolce soffrire.

Significa amare ancora chi ci ha amato. 

Ma il segreto è che non c’è bisogno di una Famiglia per provare l’amore più profondo, né di un Natale per esprimerlo. 

Un forte abbraccio,

A.

Tairin prese qualche minuto per riflettere. Prima che se ne potesse accorgere, una lacrima segnava la lettera.

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più domande che risposte, questa volta amore

Quando giravo per il Giappone mi sono accorto che le camere d’albergo non lasciano scampo. Spesso sono così piccole che non c’è spazio per i pensieri per disperdersi, non c’è rumore che copra il ritmo dei sentimenti.

E poi quando si è abituati a passare il tempo con persone speciali, a giapponesi urlanti per le strade tutte colorate e pieni di luci, è difficile davvero dire di sì ad una stanza bianca in cima a un palazzo alto che si affaccia su una strada sperduta.

E allora tra i mille pensieri che mi balenavano per la testa, perché in Italia non abbiamo gli spruzzini per il sedere sul water, perché qui c’è una macchinetta pro capite, mi sono anche mi chiesto che cosa è l’amore tra uomo e donna.

Perché in realtà non sapevo bene di cosa si trattasse. Ho chiesto ai miei genitori cosa significa, l’ho chiesto agli amici, a Google e fra tutte le fonti, anche a me stesso. C’è chi mi dice che è testa, chi solo cuore, chi parla di sopportazione.

Io non ci ho capito molto. Non esiste un’unica definizione e sembra tutto estremamente incasinato. Magari è un pò come Babbo Natale, tutti ne parlano, ma alla fine tutti sanno che non esiste.

La mia prima domanda è se si combatte per amore o per amare. Si sopporta perché si ama il proprio compagno o lo si ama perché si supera il proprio io.

Perché è nella natura dell’uomo chi sfugge di più è chi riceve maggiori attenzioni, perché è nella natura dell’uomo di accorgersi quanto una cosa è importante quando non la si ha e perché l’abitudine è così accomodante, ma altrettanto così dannosa.

Come inizia questo Amore, come finisce, chi lo decide, quanto è fisiologico quanto è metafisico.

A volte penso che l’Amore sia un pò un misto di tutto, che ci siano due fiaccole ben distinte e particolari. Ognuna è ha una forma diversa, un colore unico e produce una musica. Finché sono entrambe sono accese si prova amore. Date però le caratteristiche di ogni fiaccola, c’è quella che si accende più velocemente, quella che perdura nel tempo, e quella che si spegne facilmente. L’ultima variante è il fattore ambiente. Quando viene a piovere, il fuoco si spegne lentamente, ma se i due fuochi sono vicini, riescono a resistere al vento, all’umido e perfino alla pioggia.

A volte penso che l’Amore sia una bustina di quelle che si usavano per fare l’acqua frizzante. A me piaceva fare l’acqua con la bustina. Solo che adesso non si usa più.

In questi giorni mi sono lasciato con una ragazza perché sapevo che non è la ragazza giusta per me. I momenti passati insieme sono stati così importanti, il lasciarla mi ha lasciato una tale tristezza addosso, che mi sono chiesto se non l’amassi.

Miei cari amici, sperando di non avervi confuso più del dovuto, vi auguro di trovare quello che cercate.

love_by_nyinaa

FONTI:
http://nyinaa.deviantart.com/art/love-55717254

il significato di viaggiare

Ho capito perché viaggiare mi piace così tanto.

Viaggiare significa prendere l’essenza della vita in pillole, è proprio come farsi di vita, iniettarsi vita nelle vene e lasciarla scorrere per tutto il corpo. Molti di voi, miei cari amici, pensano che viaggiare significhi raccogliere soldi, chiudere la valigia e partire per un paese lontano.

Viaggiare per me significa movimento, cambiamento, significa felicità e tristezza, alti e bassi, correre velocissimo per poi prendere fiato, significa vita.

Il cambiamento è ciò che dà senso alla vita, dalle piccole crepe di tutti i giorni fino ai tagli netti con il passato. La vita senza cambiamento è come un mare calmo, per un pò va bene, ma poi diventa noioso!

Pensateci bene, la rottura dell’equilibrio è la chiave di ogni film, libro, architettura, ballo, della Terra e perfino dell’Universo, di qualunque cosa! E ci vuole un opposto per cambiare lo stato delle cose, ci vuole una spinta, che venga dall’interno o dall’esterno.

Il cambiamento può essere positivo, pieno e dolce, poi doloroso, lento, faticoso, ma spesso ci può aiutare a tirare fuori il meglio di noi stessi, perché non importa quanto siamo consapevoli, in ogni caso ci sarà qualcuno che ci mostrerà una cosa alla quale non avevamo mai pensato, un’abitudine differente, o un gesto che scompare in una cultura diversa, un nuovo modo di affrontare la giornata e questo ci indurrà ad interrogarci sui fatti, accrescendo consapevolezza, curiosità ed immaginazione.

Questo mi ha insegnato che qualche volta, c’è bisogno di un opposto, per vedere il mondo sotto un profilo diverso, che sia una coppia di giapponesi che viaggiano per il mondo, un ragazzo che belga che ti considera come un fratello, o una ragazza dalla pelle diversa con cui si condivide una vita.

Il viaggio è un esperienza da fare per tutti, non importa che sia nomadi dentro o che si ami la propria terra, in ogni caso vale la pena di osare, dovunque!

Se avete visto il pianista sull’oceano potreste essere tratti in inganno, lui preferiva vivere su una barca piuttosto che mettere un piede a terra perché i tasti da suonare lì fuori sono troppi, ma in realtà nella sua scelta, aveva già deciso di viaggiare sempre, di conoscere nuove persone e di guardarle allontanarsi, di innamorarsi, e di perdere il proprio amore, di vivere e di morire.

Io preferisco iniziare da qualche parte, suonare qualche tasto di tanto in tanto, provare per rimanere deluso, ma anche soddisfatto.

Allora è meglio superare le proprie insicurezze, le barriere che circondano e prendere una barchetta in mezzo alla tempesta, come ha fatto il buon Truman.

Vedere un signore che fa finta di suonare la pianola, suonare le campane di un paesino sperduto, un gruppo di ragazzi che celebra in un corridoio della nave, brindare come fanno i russi, sentire dei tedeschi che si lamentano sull’imprecisione degli italiani, conoscere storie vere come si vedono solo nei film!

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Io ho viaggiato non muovendo un passo fuori da casa mia, e ora ho un nome giapponese, un origami grande come la punta un dito, e dei nuovi ricordi da custodire gelosamente.

Due spunti per viaggiare:
http://www.couchsurfing.org/
http://leganerd.com/2013/02/28/speciale-emigrazione-raccontateci-la-vostra-storia/

pensieri da spiaggia

Vi piace arrivare in spiaggia la mattina, quando tutto è ancora calmo e sentire il profumo delle creme oltre a giocare con le onde, fare castelli di sabbia e passeggiare con i piedi a mollo?

Bhè, e se quel quadretto di voi felici in spiaggia fosse stato disegnato grazie al sacrificio di molti? Non vi è mai capitato di avvertire qualcosa di inquietante? Ad, esempio, vi siete mai chiesti perché mai ci dovrebbero essere così tanti conchiglie e così pochi molluschi verso riva?

Una Guerra Mondiale dei molluschi è l’unica spiegazione plausibile, e deve essere stata davvero cruenta, altrimenti non si spiega questa strage. Cozze nere contro Vongole succose, nemici storici.

Le Cozze nere, rinomate per la loro crudeltà, si sono approfittate della loro stazza per sovrastare le Vongole, le quali, prese dal panico, hanno chiesto aiuto ai Paguri.

non possiamo entrare in guerra senza l’aiuto delle Lumache

ma perché? sono lente, fifone, e pure viscidose?

si.. ma sono buone fritte

è stata la triplice alleanza tra le Vongole succose, i Paguri truculenti e Lumache viscidose a porre fine alla guerra, e da quel momento che è possibile fare il bagno allegramente senza il rischio di essere coinvolti in una guerra.

Poi c’è tutta quella sabbia.. Ma chi ce l’ha portata? Dell’acqua non mi stupisco, alla fine ci insegnano tutta la storia del ciclo idrologico e bla bla. Il problema è questo, milioni di bambini strillanti che corrono per tutte le spiagge del mondo, ai milioni di milioni di granelli che portano con loro fino al bagno della camera di hotel o all’appartamento in affitto. La sabbia dovrebbe essere già esaurita da qualche centinaio di anni, e invece no.

Grosse somme girano grazie ad un segretissimo racket: i proprietari delle spiagge devono accaparrarsi la loro razione di sabbia giornaliera se vogliono mantenere il loro pezzetto di spiaggia intatta. Pensate quante persone sono morte per farci leggere un libro stesi su uno sdraio, per qualche partita a biglie e per quella vittoria all’impiccato.

Insomma tutti quei castelli di sabbia, monumenti inneggianti la guerra tra molluschi e il sacrificio umano, paguri sopravvissuti che si aggirano terrorizzati tra pile di morti, bagnini che mettono in pericolo la loro vita ogni giorno.

Come divertirsi quando si è consapevole di tutto questo? come fare a calpestare tutti quei morti mentre si gioca a racchettoni? come annusare quell’odore di morte camuffato dal mare?

Quando si stacca dal proprio impegno, la mente è libera di esplorare sentieri inesplorati, capita quindi spesso che ci si trovi a ragionare su argomenti assolutamente strambi, giustificati dal semplice fatto di essere in vacanza e quindi di poterselo permettere.

Normalmente si trova la strada più facile per risolvere problemi che distolgono tempo dagli obiettivi principali, invece ogni tanto ci sta lasciarsi trasportare dalla propria mente, per vedere fino a che punto può arrivare, per rispondere ad una domanda o solo per il gusto di perdersi nei suoi meandri.

Quali sono i vostri pensieri da spiaggia invece?

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FONTI l’immagine http://it.123rf.com/photo_6087235_uomo-anziano-e-la-costruzione-di-un-castello-di-sabbia-sulla-spiaggia-con-i-giocattoli-in-plastica.html

natale 2

parte 1

E lo cercai. Lo cercai in lungo e in largo. Arrivai troppo tardi e i proprietari mi dissero che si era trasferito ma non sapevano dove. A nulla valsero gli annunci appesi tra le strade del quartiere, le giornate che passavo alla stazione, gli articoli di giornale scorsi nella speranza di leggere il suo nome.

Di lui non seppi piu niente.

Poi arrivò la guerra. Le città bombardate, la tristezza per le strade e la malattia della zia mi lasciarono un grande vuoto.

Nel ’47 il dolore allentò la presa. Trovai Lei. Bellissima visione di quel lontano sabato sera di nebbia, al 25 di Worcester Street, la vidi scendere da una Cadilac serie 42, dolce figura dalle labbra rosse e dallo sguardo misterioso si nascondeva delicata sotto un cappello bianco, un fazzoletto da collo, e un lungo vestito color crema.

Dà quel giorno la mia vita continuò a migliorare, l’economia dava i primi segni di ripresa, il tempo cercava di alleviare le ferite di guerra e presto avrei avuto una famiglia.

Ma c’era ancora qualcosa che mi mancava, trovare quel ragazzo: era come se il destino mi avesse irrimediabilmente legato a lui.

Fu così che mi ritrovai ancora una volta a Badbury Street, questa volta era la Vigilia del ’48. Il suono della neve, la magie nelle strade, quella sensazione di essere a casa, non erano cambiati. Quando la gente non aveva più niente in cui credere, quando si sentiva ancora il peso dei giorni passati e dei parenti scomparsi, succedeva il miracolo, il Natale. L’albero di Green Square era ancora lì, come se non si fosse mai mosso in questi anni, i cori gremivano le strade diffondendo note di gioia e di speranza, le porte mostravano ghirlande come a voler annunciare che qualcosa di speciale stava accadendo. E luci abbracciavano la città con discrezione, la neve si poggiava lenta sulle strade soffici, il tempo rallentava accompagnato da un concerto di luoghi e persone.

E quel Natale fu veramente speciale per me..

E non fu perché intonai le note di Frosty The Snowman con un coro di strada, non perché decisi di assistere allo spettacolo dei ragazzi dell’oratorio né perché tirare una palla di neve riportò a galla vecchi ricordi d’infanzia.

Passeggiavo sovrappensiero quando mi ritrovai di fronte a un’inferriata imponente. Mi fermai ad osservarla: sarà stata alta almeno un dodici o tredici piedi ed era così fitta che non si riusciva a guardare oltre. Poco più in là un cancello aperto e la scritta “Cimitero”.

Decisi di entrare, non avevo una meta precisa. Camminavo mani dietro la schiena e leggevo quelle scritte su fredde tombe.

Nomi e cognomi di persone vissute, anime nell’etere, anche loro si meritavano un pò di attenzione in questo giorno di allegria.

Li guardavo negli occhi, e cercavo di leggerci la loro storia e i loro pensieri. Poi mi ripetevo le date, gli epitaffi e mi immaginavo. Mi soffermai su una tomba in particolare, non mi sbagliavo, era il nonno di quel ragazzo.

Mi sembrava di vederlo lì, seduto a qualche metro di distanza, a parlare del più e del meno. Un sorriso un pò forzato e una faccia adulta, non era più il bambino che avevo visto. E poi parlava della nonna, dei suoi problemi, si augurava che il nonno stesse bene. Ogni tanto chiedeva “bhè tu come stai?” E aspettava qualche secondo che la riposta arrivasse, quindi chinava la testa quando realizzava che non fosse vicino a lui.

Chissà dove era finito, forse era ancora tra noi, forse se l’era portato via la guerra come aveva fatto con tanti. Forse adesso era con suo nonno. Lasciai due fiori, uno per lui, uno per il nonno.

Da quel giorno non lo cercai più. Una lacrima scendeva lenta, come quella di tanti anni fa, in questo splendido, dolce Natale…

il titolo non mi veniva

Torno a casa stanco, neanche la forza di togliere le ginocchiere, guardo l’orologio sono le 22:30 “diavolo già le 22:30″ non ho ancora mangiato. Apro il frigorifero in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti. Un piatto freddo, neanche lo scaldo, accendo la tele, forse un pò per abitudine.

Mi tolgo le scarpe con i piedi, sono fradice, mi dico: ” tanto si asciugheranno”. Mi lancio sul letto, affranto. I muscoli sono indolenziti, la testa scoppia e l’umore è sotto il letto, perché le scarpe le ho già tolte.

Torno a casa stanco ma soddisfatto, mi tolgo le ginocchiere a fatica, guardo l’orologio sono le 22:30 “adesso si che ho tempo per risposarmi” non ho ancora mangiato, è un pò tardino! Apro il frigorifero e cerco tra leccornie, un bel piatto freddo leggero, accendo la tele e vedo se trovo un buon programma.

Mi tolgo le scarpe e le metto ad asciugare, mi lancio sul letto, sono un pò stanco ma mi riprenderò in fretta. I muscoli sono un pò tirati, ma sono rilassato e ben felice di essere nella mia dolce cameretta accogliente.

Sono punti di vista, stessa giornata, stessa persona, due modi di pensare diversi. Quindi la chiave è tutta in testa, e nel cuore. Bastano questi a trasformare una giornata da bella o brutta, da speciale a banale. Ma come succede questo? Attribuiamo importanza ad una persona, ci riponiamo fiducia e la chiave della nostra felicità, oppure lo facciamo con un oggetto, con un interesse, insomma, con qualcosa che ci circonda.

Forse il tutto si basa su come riponiamo le nostre chiavi, come ci giochiamo le nostre carte.

Certo credo che conti anche il contesto.

Ad esempio, io sinceramente, mi vedevo più da romano a combattere una guerra Punica, o a presidiare un bel castello Feudale piuttosto che universitario del XXI secolo. :d

Forse avrei dovuto nascere fra 500 anni, quando assumeranno persone vere per i videogiochi ed essere preso in una di quelle bei Shop Item che si vedono in un mondo Fantasy, quando si andrà Marte per fare le passeggiate, quando avranno inventato una cyber-infermierina che fa le carezze e quando si apprenderanno le cose sparate con uno spinotto dentro il cervello (—–> niente studio), ma soprattutto quando (e se) si troverà un modo diverso di concepire la vita, spogliata dalla sua monotonia, la sua ripetività e lucidata dal grigiore.

Sono felice della mia vita. Ma c’è qualcosa..