natale 3

Parte 1

Parte 2

Niente era più come prima.

L’avanzamento a della tecnologia aveva cambiato ogni cosa. Nel 2662 una trivella delle dimensioni di un transatlantico aveva scavato troppo a fondo nel mantello fino a provocare danni irreversibili al pianeta Terra. Una serie incontrollabile di esplosioni aveva quindi spinto i superstiti della razza umana ad evacuare cercando sopravvivenza altrove.

Le colonie in costruzione su Marte erano state sfruttate prima del previsto: enormi scudi erano stati innalzati per riflettere radiazioni solari e intere città erano state unite da corridoi che correvano per centinaia di chilometri lungo il pianeta. Mentre dall’esterno tempeste di vento si scagliavano con enorme violenza sulle strutture degli umani, le doppie porte a tenuta stagna avevano permesso di isolare un ecosistema sostenibile.

Ma quello scenario che molto tempo addietro aveva suscitato fascino nella razza umana, ora era accompagnato solo da rabbia e sgomento. Perché Marte con la sua natura ostile, aveva portato prevalentemente desolazione in un popolo dove la tecnologia non era bastata a guarire la profonda ferita causata dal disastro del ’62. Egoismo, guerra tra fazioni, ricerca di potere e denaro guidavano ancora le decisioni del genere umano.

Tuttavia lo stile di vita era cambiato radicalmente; si era persa in gran parte la capacità di esprimere sentimenti da quando ogni tipo di interazione era diventata possibile tramite l’uso di dispositivi microtecnologici, smesso di cucinare da quando le stampanti laser avevano permesso la creazione di cibi sintentici con elementi nutritivi pari agli originali. Inoltre l’istologia aveva rallentato sensibilmente l’invecchiamento delle cellule facendo l’uomo ancora più simile a macchina; alla ricerca costante di ottimizzare il consumo di tempo, auto programmato a portare a termine i propri compiti tanto da dimenticare il resto.

E perfino l’amore era diventato solo un freddo passatempo da quando la riproduzione del genere umano era stata affidata ad un unico supercomputer centrale, chiamato Eva. Gli orfani crescevano in centri dove venivano addestrati all’uso della tecnologia e sottoposti al puro nozionismo. La crescita dei bambini era diventata proporzionale all’assenza di vitalità, in quello che si era rivelato essere un tentativo fallito per tentare di portare ordine in un Mondo governato dal caos e dalla sfortuna, sfuggito dal controllo dell’essere umano.

Nonostante questo c’era ancora chi ricercava nei valori del passato la chiave per il futuro, come numero 4742 o come si faceva chiamare, Tairin. Sebbene prodotto di Eva, anche lei cresciuta senza famiglia, aveva invece qualcosa di speciale. E non era la catenella che culminava con una sfera di un colore turchese vivace, la coda legata da un nastro rosso scendeva fino ad accarezzare i fianchi perfetti, né la lunga gonna che lasciava un breve spazio scoperto prima di arrivare a due stivaletti molto semplici. Ma quei due intensi occhi di colore azzurro che ricordavano la purezza del mare più limpido, la calma della neve soffice, capaci di penetrare ogni barriera e raggiungere il cuore di ogni individuo.

Ed era una giornata come le altre quando entrò in uno di quei negozi che trattavano antiquariato, oggetti provenienti da un mondo i cui frammenti vivevano solo nelle parole e nei ricordi di alcuni. L’atmosfera ricordava un salotto di una vecchia casa terrestre; uno stravagante lampadario di cristallo pendeva dal centro della stanza, poltrone di tessuto color porpora erano accostate a tappeti tessuti a mano. Tairin conosceva bene quegli oggetti; uno di quei vecchi cellulari a conchiglia, una radio a valvole che recitava “clipper”, una serie di utensili per cucinare. Ma tra tutti, un oggetto in particolare catturò la sua attenzione: una graziosa scatoletta intarsiata, ricavata probabilmente da un albero terrestre, con un’iniziale incisa sul fronte “R”. Un lucchetto sembrava posto quasi a voler proteggere qualcosa di prezioso.

Tairin studiò per qualche minuto il bauletto. Avrebbe potuto essere anche vuota visto il peso quasi inesistente, il contenuto perso durante tutti questi anni di viaggio; non le rimase che chiedere spiegazioni. Dopo la conferma della presenza del contenuto, non restava che l’acquisto per ottenere la chiave e Tairin non esitò neanche un secondo ad impossessarsene. Sulla via del ritorno fantasticò su cosa avrebbe trovato all’interno, una foto in 2D di un paesaggio innevato, magari un braccialetto ereditato di generazione in generazione, oppure una gemma preziosa posseduta da un Re di altri tempi.

Rinchiusa al nella sua dimora, finalmente inserì la chiave nella toppa ed udì il suono tanto atteso “click”. Inebriata dal profumo del legno, attese qualche secondo prima di analizzare il contenuto. Una lettera! Il dolce rumore della carta che si piega, quella sensazione di fragile robustezza non tradirono le aspettative di Tairin. Sebbene gli anni avessero invecchiato la carta rendendola giallognola, le scritte ancora ben chiare recitavano così:

Caro Babbo Natale,

Scrivo queste due righe a te, Papà Natale.

Non so se sono stato bravo, ho fatto del mio meglio. Ho dato una mano a mio padre con il lavoro, sono riuscito a far sorridere Clara, sai, era da tanto che non sorrideva, a causa della sua malattia… Ah si, ho anche donato i miei guanti nuovi a un bambino che sembrava averne bisogno più di me… Ho una richiesta un po’ particolare, quest’anno. Prima devi sapere: sono due anni che aspetto, nella speranza di rivivere il Natale, sentire la sua atmosfera appieno: oramai non e’ più lo stesso… Non vedo più la magia. Non vedo la magia dell’albero di Natale, non mi sveglio più la notte sperando di riuscirti a vedere, non fremo la mattina, quando dovrei correre verso l’albero per vedere cosa hai lasciato. Quello che vedo ora, e’ un sorriso un po’ incerto, un sorriso di quelli che hanno da nascondere qualcosa. E quel qualcosa e’ dolore, mancanza e nostalgia e lo leggo nelle facce dei miei parenti, lo sento io per primo… perdonami Babbo, ma per quanto mi sforzi, non riesco proprio a vivere il Natale come vorrei. Lui non c’è più e io non me ne faccio una ragione, le sue mani calde e grandi non mi accarezzano più la faccia, mi manca la sua allegria contagiosa e le sua presenza… Quindi veniamo alla mia richiesta. Ecco, vorrei che anche lui avesse un buon Natale, dovunque sia, quindi per favore, ti chiedo di portare questa medaglietta che ho comprato al negozio qui di fronte, direttamente a lui, al mio caro nonno. C’è disegnato sopra un Alpino, sono sicuro che gli sarebbe piaciuta.

Ti voglio bene,

R.

Quale incredibile testimonianza aveva incrociato il uso percorso, rimase a chiedersi Tairin. E ancora faticava a comprendere, perché non conosceva il significato di “Famiglia”, né tanto meno di quel misterioso “Natale”, di cui aveva solo letto. Una seconda lettera seguiva alla prima. Tuttavia la calligrafia era quella di un adulto, la cui penna portava il fardello dell’esperienza, ma che da questa traeva la sua forza e così scriveva:

Caro R.

Da dove incominciare…  Probabilmente non mi conosci, ma io sì. Ho saputo della tua storia da tuo zio, sono passati otto Natali da allora. Sono convinto che le nostre storie siano legate, in fondo anche io ho perso mio nonno da giovane… Speravo di poterti incontrare per scambiare quattro chiacchiere, magari al Chocolate Bar di Green Square, so non c’è niente di meglio che sorseggiare una cioccolata calda al riparo dal vento di questa fredda stagione. Purtroppo le mie ricerche non mi hanno portato a te, ma spero almeno che queste parole possano in qualche modo raggiungerti.

Dunque, hai mai pensato al perché a Natale si ricorda i famigliari scomparsi? Eppure dovrebbe essere una ricorrenza che celebra la nascita come da tradizione. E non è forse il regalo un augurio che il dolore lasci spazio alla gioia, le luci sono un segno di speranza e di calore, non è quindi questa una contraddizione? 

Lascia che ti dica cosa penso: Famiglia e Natale sue due cose speciali. Il legame famigliare che lega i parenti fin dalla nascita spiana la strada all’amore assoluto, che non sempre accade ma è solito accadere. D’altro canto il Natale crea un’atmosfera mistica che accentua ogni emozione. E queste cambiano l’ambiente circostante facendo la differenza in sé stessi nel prossimo. Nel prossimo perché ci avvicina di un poco a chi non conosciamo, e ci fa cadere nelle braccia di chi è sempre stato vicino.. In sé stessi perché ci fa ritrovare le cose semplici con un rinnovato sguardo, ricordare i Natali passati, tornare ad essere bambino.

Ecco vedi, anche il tuo Natale ha cambiato i miei! Ho riflettuto sullo stesso dolore che ci accomuna.. e ho realizzato quanto fosse dolce soffrire.

Significa amare ancora chi ci ha amato. 

Ma il segreto è che non c’è bisogno di una Famiglia per provare l’amore più profondo, né di un Natale per esprimerlo. 

Un forte abbraccio,

A.

Tairin prese qualche minuto per riflettere. Prima che se ne potesse accorgere, una lacrima segnava la lettera.

Christmas_Ball_by_fotoman228

Annunci

lo sporco segreto di imparare una lingua con visto da studente

Ok, imparare una lingua è estremamente difficile. Soprattutto se quasi senza connessioni con le lingue conosciute. Intraprendere un percorso del genere, e non accontentarsi, è come perdersi in un oceano fatto di grammatica, modi di dire, vocaboli che si distende a perdita d’occhio. E se anche ogni giorno si aggiunge qualche goccia di conoscenza, rimane un dannato oceano infinito da comporre. E quindi non deve essere facile neanche insegnarla.

Ora come è possibile imparare una lingua? Anche contando che ogni persona ha un proprio metodo di apprendimento, in generale non penso che la scuola di lingua nel paese straniero sia la miglior risposta. Perché? Perché in generale è noiosa, ottusa, sottomessa a regole ferree, gestita da gente incapace di pensare al di fuori degli schemi.

Se c’è un domanda: “ah, adesso devo far partire il CD, puoi aspettare l’intervallo”, eppure una domanda è l’essenza di passione e comprensione. Se c’è un compito che non ha senso: “ma sì, ricopiate la parte prima tale e quale, l’importante è che lo consegnate”, e chi restituisce quel tempo dove si avrebbe potuto utilizzare la testa. Se c’è una cosa che non si usa: “voi lo dovete sapere perché potrebbe esserci nel test” oppure “in realtà si potrebbe usare anche questo, ma nel test la risposta giusta è questa”, quando un test dove si sceglie tra un paio di possibilità e il mondo reale sono su due piani completamente diversi.

Ma poi alla fine è la realtà che conta, dannazione. E la scuola non ti prepara alla realtà, benchè meno in modo efficiente, ma è per lo più una casa dei balocchi tutta ben addobbata e colorata per camuffare il vero obiettivo: tenere a bada gli stranieri. Li facciamo venire a scuola, ogni tanto uno scan ai polmoni, chiamiamo se non vengono a scuola per un giorno, e nel frattempo ci prendiamo un fracasso di soldi che giustifichiamo non con la quantità/qualità delle lezioni, ma perché “garantiamo il visto”.

Ora in questo business, ci sono Professori e Studenti che hanno capito tutto, mentre la stragrande maggioranza vive ignara, inconsapevoli pedine di questo sistema deleterio. In particolare un Professore ci ha detto di stracciare un foglio che ci aveva consegnato, perché non pensava fosse utile per la nostra istruzione. Che emozione ritrovarmi tutto ad un tratto a rivivere l’ “attimo fuggente” dal vero.

Ci vuole una scuola che insegni agli Studenti a pensare con la propria testa, ai Professori a trasmettere passione e conoscenza. Che non recitino il loro copione a memoria, ma che abbiano come obiettivo l’insegnamento.

E un altro periodo della mia vita iniziato un anno e mezzo fa che si conclude, ancora con la consapevolezza che chi è passato prima di me abbia costruito un sistema tanto sporco quanto inscalfibile.

Ma io non dimentico, Capitano mio Capitano.

2010-10-04-DeadPoetsSociety1989CD2.avi_003839798

Immagine: http://www.huffingtonpost.com/caroline-hagood/the-dead-poets-society-gu_b_749665.html
tratta dal’Attimo Fuggente

Arrivo in Italia, che accoglienza

Cara Italia, ora si che ti riconosco.

Volo dal Giappone all’Italia, tutto perfetto.

Arrivo a Fiumicino, file interminabili per passare i controlli che avevamo già passato a Tokyo, una signora arriva con un cartello, parlando italiano con i Giapponesi e ritira i biglietti dicendo che sarebbe impossibile prendere la trasferta per Milano in tempo. “Ma come, se l’aereo è arrivato in orario?” mi chiedo senza trovare una risposta.

Ma le sorprese non sono finite, aspetto in fila e mi viene detto dal personale di sbrigarmi. Passo avanti chiedendo scusa e vengo ripreso dalla stessa persona che mi aveva detto di muovermi.

Eh, scusi come dovrei fare?

Si sbrighi a mettere le cose nella cassetta.

Ah bhè certo perché se le metto prima la fila svanisce.

Nel frattempo persone continuano ad essere inserite davanti a me nella fila. Tra tutti c’è un signore che mi stupisce.

“Scusi, ma come devo fare? L’aereo sta per partire” si rivolge con un filo di preoccupazione al personale addetto.

“E’ si sbrighi” ripete il signore come un mantra.

“Ma… l’areo aspetta vero?” ribatte il poveraccio.

Passa un attimo di silenzio e l’addetto del personale risponde:

“è… non sempre”

Il tizio si gira verso di me facendo quella faccia che da italiano conosco bene, alza un pò le sopracciglia, scuote il capo una volta, labbra rivolte verso l’alto come per dire “ehhhh se lo dici tu, io che ci posso fare”. In effetti anche io non vedevo altre soluzioni se non essere attoniti e muti al nunzio.

Mentre cammino ritrovo tutte le cose a me ben familiari, come il tracagnotto con la camicia rosa slacciata e i pelazzi che escono fuori dirompenti, con quel bell’accento e tutte quelle parolacce.

La solita scenata napoletana di una signora di mezza età che si allontana stizzita urlando: “sei proprio un cafone”.

E poi al controllo del passaporto ritrovo i miei preferiti, ma prima l’addetto ci regala un lungo e alto “mamma mia” e non ne capisco bene il perché anche se sono madre lingua. I due controllori sono i tipici palestrati sbruffoni che conosco bene, quelli che ascoltano solo house, che da piccoli facevano i bulli, equipaggiati con quel tono di sfottò ringraziano con un “aLigato” veramente pessimo, quasi come per voler dire “si si, fate in fLetta che mi avete già Lotto i coglioni”.

Infine l’imbarco, la fila che non esiste, il personale che ridacchia mentre spiegano le regole di sicurezza e poi due Giapponesi, che non parlano né italiano né inglese seduti affianco delle uscite di emergenza, con quella approssimazione e quel “a casaccio” che ben ci distingue e in cui spesso primeggiamo.

Lo shock culturale è stato forte per me, che in questo posto ci vivo da venticinque anni, chissà come devono sentirsi questi poveri Giapponesi, atterrati in un pianeta ostile, per di più, con un’ ora di ritardo.

Benvenuti in Italia!

Italy_flag