errore di calcolo sull’amicizia

Miei cari amici, vorrei spendere due parole per parlare di qualcosa a me molto caro, l’amicizia. Per me l’amicizia è un concetto molto complesso: avrò cambiato la sua definizione una centinaia di volte durante la mia vita, e ancora non sono sicuro che questa sia la giusta. Forse non è neanche giusto dare una definizione all’amicizia, come l’amore, a volte ci sono concetti troppo complicati per poterli racchiudere in qualche parola in modo soddisfacente.

Sono d’accordo nel pensare che ci siano “gradi” di amicizia, ma c’è un momento in cui siete per sempre certi che una persona sarà vostra amica, vero? Provate a dare una definizione che distingua un amico da un non amico. E’ difficilissimo, ma è altrettanto vero che questa distinzione c’è, è un pò come distinguere tra l’essere innamorati o meno, lo si sa e basta.

Ho spesso commesso l’errore di pensare che il tempo passato insieme all’altro fosse direttamente proporzionale all’amicizia, convinto che forzarmi a fare una chiamata in più potesse cambiare le cose. Invece dalla mia esperienza posso dire con abbastanza certezza che il fattore “chiamate / frequenza di incontri”, sebbene serva a solidificare le base dell’amicizia, non incida in maniera decisiva sul risultato.

Ora, non dico che condividere qualcosa con qualcuno, uscire con vari gruppi, andare a vecchie riunione di classe etc. sia una cosa cattiva. Anzi, contornarsi di persone può essere anche un valido metodo per scacciare la solitudine. Dico solo che il 99% di quelle persone sono solo conoscenti, e non importa se sono persone che incontrate tutti i giorni. Ad esempio, mi sono preso la licenza di poetica di chiamarvi in questo modo perché condividiamo dei momenti intimi che sono alla stregua degli amici più cari.

Molte degli sforzi che ho fatto cercando di aumentare quel fattore, dettati dalla convinzione personale che l’altra persona fosse o potesse diventare un amico. Quante volte ho chiamato, cercando di avvicinarmi a qualcuno, quante volte ho creduto ad una persona che mi si avvicinava. Creduto invano perché queste relazioni sono andate a scemare matematicamente nel silenzio.

Invece nell’amicizia c’è qualcosa di molto più profondo e misterioso, che non riesco a spiegare…

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immagine: http://www.doomsteaddiner.net/blog/2015/06/30/on-losing-a-friend/

 

emozioni secondo Damasio, una teoria rivoluzionaria

Provare emozioni di fronti a determinate situazioni è inevitabile e insito della nostra natura. Ma queste emozioni cosa sono? Devono essere controllate dalla ragione? Come vanno giudicate?

Secondo Antonio Damasio nel libro Descartes’ Error, ci sono le “emozioni primarie” che sono presenti fin dalla nascita a quindi universali. Ho fame, mangio, preservo il mio corpo. Scotta, tolgo la mano, preservo le mie cellule.

Poi vi sono le “emozioni secondarie”, che, innescate dalla corteccia prefrontale (il modo non è ancora chiaro), si pensano siano frutto dell’esperienza e quindi singolari. Damasio analizza una serie di pazienti che hanno perso quella parte del cervello per vari incidenti e nota che se, in prima istanza sembrano delle persone normalissime, e anche ad un’ulteriore analisi, hanno invece difficoltà a tenere strette amicizie, lavoro, quindi grosse difficoltà di adattamento.

Ad esempio uno di questi pazienti, sottoposto a diversi test di intelligenza, ha risposto come un individuo normale, ma trovatosi di fronte a scegliere tra due date per fissare un appuntamento si è trovato a ragionare per mezz’ora su pro e contro. Quando un individuo sano avrebbe scelto anche secondo istinto evitando così inutile perdite di tempo.

E questo “istinto” guadagnato, che si esprime tramite le “emozioni secondarie”, non è altro che una serie di configurazioni e di connessioni che si sono sviluppate con il tempo. Gli effetti di questo istinto sono provati, tanto è vero che vengono persino inseriti in contesti completamente diversi, come nelle categorie tra i metodi decisionale nelle teorie aziendali di Mintzberg e Westley, come ricordo di aver affrontato durante i miei studi universitari.

Le emozioni sono un elemento fondamentale nel processo decisionale guidato dalla ragione, al contrario chi non ha emozioni può arrivare a fare le scelte più irrazionali. Damasio vede quindi il corpo come l’estensione della mente, e non come due entità separate. Questa assunzione, molto convincente e ben argomentata, porta a rivalutare molte delle teorie dei più grandi filosofi, tra cui Kant di cui vorrei parlare in un altro post, e naturalmente Descartes.

E ora veniamo a noi, “emozione” significa portare verso l’esterno, ma sarà ben noto anche a voi, miei cari amici, che un emozione può essere in parte controllata, soprattutto nella sua manifestazione. Ora pensate a una persona che è disgustata dagli omosessuali, non si può biasimare questa emozione. Mentre invece si può tranquillamente criticare un’azione dettata da quell’emozione, o il fatto di non aver capito che sia naturale.

Basandosi su questa teoria, dispiacersi per i morti degli attentati terroristici degli ultimi giorni, ad esempio, e manifestarlo di conseguenza con post, discorsi, etc., oppure non essere mossi per niente e non fare nulla sono due comportamenti agli opposti, ma entrambi altrettanto plausibili. Anche dal punto di vista del risultato: “essere dispiaciuti” può fare qualche bene? “Sperare” può cambiare di una virgola questo mondo?

Ora mettiamo che un vostro caro stia male. Qui ancora una volta un’emozione, ad esempio essere preoccupati, ci dica che qualcosa va cambiato. Tutti sono bravi a piangere, a dimostrarsi preoccupati, a sperare in un miglioramento. Ma è chi su l’onda di quell’emozione riesce a cambiare le priorità e fare qualcosa di concreto per l’altro, chi riesce a dimostrarsi sereno, e chi soprattutto riesce ad ascoltare il desiderio del prossimo (che non va dimenticato è chi soffre di più) a fare la differenza.

Perdonate la fretta e l’incompletezza con cui ho trattato questi argomenti, ci sarebbe bisogno di uno spazio molto più lungo e anche di una ricerca molto più approfondita. Inoltre ho portato l’argomento a figure o fatti mi riguardano da vicino. Dovrebbe essere comunque uno spunto per farvi riflettere, prometto che approfondirò.

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Immagine: http://www.amazon.com/Descartes-Error-Emotion-Reason-Human/dp/014303622X
piccola dedica ad una mia amica che mi ha presentato questo testo regalandomi una importante chiave di lettura

 

casa e 初心 tra Italia e Giappone

Non mi è mai piaciuto chiamare “casa” nessun luogo.

Vedete, miei cari amici, chiamare un posto “casa” ha, oltre ad alcuni vantaggi, un buon numero di svantaggi. E’ più difficile cambiare casa ed essere liberi di muoversi come il vento, più semplice invece fare di un posto propria dimora provvisoria, ma nel contempo essere pronti a partire. Ad esempio, perché chiamare “casa” l’Italia? Solo perché qualcuno ha deciso per me che nascessi in quel Paese? Perché invece chiamare “casa” il Giappone? Dove sta scritto che un giorno non me ne andrò.

Tuttavia ho scelto il Giappone fin dal primo momento, partito con speranze tante e belle, ma pur sempre solo speranze. E mi sono emozionato per modi di pensare, abitudini, cibo, ospitalità, lingua, il mercato, la stazione, la lingua.. Alcune aspettative sono state superate da realtà, alcune speranze sono diventate realtà, altre speranze sono state perse.

E così facendo si va inevitabilmente a dimenticare lo spirito originario con cui si affrontavano le cose, perché ci si mette l’esperienza a smorzare alcune emozioni, il tempo a scoprire i lati oscuri, la routine a rovinare la novità.

In questo caso ritornare in patria mi ha fatto davvero bene. E non è stato solo per vedere i parenti, mangiare il cibo nostrano e farsi un pò coccolare. Ma da una parte per capire quanto mi manca chi è lontano 10000km. E soprattutto per capire quanto il Giappone sia il posto dove rimarrò a lungo, dove mi sento più adeguato, dove ho riposto tutti i miei sogni fin dall’inzio.

In Giapponese c’è una parola che esprime questo sentimento: (初心 shoshin) che è composto da due kanji che significano “iniziare una cosa per la prima volta” (perché c’è anche un altro kanji che sta per “iniziare una cosa che si ha già fatto in precedenza”) e “cuore”. Con questa parola si intende ritornare al proprio sentimento originario di quando si era principianti, aperti a mille possibilità, desiderosi di apprendere, pieni di speranze.

Lo si può fare magari ascoltando quella canzone del primo viaggio, ritornando a quel paesaggio di vecchia conoscenza, annusando quel profumo dei fiori di pesco. Ma lo si può fare anche prendendosi una pausa, per poi ritornare.

Bene miei cari amici, mi auguro che possiate trovare il vostro shoshin. E’ molto prezioso e potrebbe aiutarvi nel vostro percorso.

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IMMAGINE http://blog.esuteru.com/archives/8027385.html
Il kuro neko (letteralmente “gatto nero”) è un’azienda di trasporti che fa parte di uno dei primi ricordi che conservo di Osaka dove sono atterrato per la prima volta in Giappone. Le ragazze sono state molte gentili a darmi indicazioni, anche se non sapevo quasi niente della lingua.

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Parte 1

Parte 2

Niente era più come prima.

L’avanzamento a della tecnologia aveva cambiato ogni cosa. Nel 2662 una trivella delle dimensioni di un transatlantico aveva scavato troppo a fondo nel mantello fino a provocare danni irreversibili al pianeta Terra. Una serie incontrollabile di esplosioni aveva quindi spinto i superstiti della razza umana ad evacuare cercando sopravvivenza altrove.

Le colonie in costruzione su Marte erano state sfruttate prima del previsto: enormi scudi erano stati innalzati per riflettere radiazioni solari e intere città erano state unite da corridoi che correvano per centinaia di chilometri lungo il pianeta. Mentre dall’esterno tempeste di vento si scagliavano con enorme violenza sulle strutture degli umani, le doppie porte a tenuta stagna avevano permesso di isolare un ecosistema sostenibile.

Ma quello scenario che molto tempo addietro aveva suscitato fascino nella razza umana, ora era accompagnato solo da rabbia e sgomento. Perché Marte con la sua natura ostile, aveva portato prevalentemente desolazione in un popolo dove la tecnologia non era bastata a guarire la profonda ferita causata dal disastro del ’62. Egoismo, guerra tra fazioni, ricerca di potere e denaro guidavano ancora le decisioni del genere umano.

Tuttavia lo stile di vita era cambiato radicalmente; si era persa in gran parte la capacità di esprimere sentimenti da quando ogni tipo di interazione era diventata possibile tramite l’uso di dispositivi microtecnologici, smesso di cucinare da quando le stampanti laser avevano permesso la creazione di cibi sintentici con elementi nutritivi pari agli originali. Inoltre l’istologia aveva rallentato sensibilmente l’invecchiamento delle cellule facendo l’uomo ancora più simile a macchina; alla ricerca costante di ottimizzare il consumo di tempo, auto programmato a portare a termine i propri compiti tanto da dimenticare il resto.

E perfino l’amore era diventato solo un freddo passatempo da quando la riproduzione del genere umano era stata affidata ad un unico supercomputer centrale, chiamato Eva. Gli orfani crescevano in centri dove venivano addestrati all’uso della tecnologia e sottoposti al puro nozionismo. La crescita dei bambini era diventata proporzionale all’assenza di vitalità, in quello che si era rivelato essere un tentativo fallito per tentare di portare ordine in un Mondo governato dal caos e dalla sfortuna, sfuggito dal controllo dell’essere umano.

Nonostante questo c’era ancora chi ricercava nei valori del passato la chiave per il futuro, come numero 4742 o come si faceva chiamare, Tairin. Sebbene prodotto di Eva, anche lei cresciuta senza famiglia, aveva invece qualcosa di speciale. E non era la catenella che culminava con una sfera di un colore turchese vivace, la coda legata da un nastro rosso scendeva fino ad accarezzare i fianchi perfetti, né la lunga gonna che lasciava un breve spazio scoperto prima di arrivare a due stivaletti molto semplici. Ma quei due intensi occhi di colore azzurro che ricordavano la purezza del mare più limpido, la calma della neve soffice, capaci di penetrare ogni barriera e raggiungere il cuore di ogni individuo.

Ed era una giornata come le altre quando entrò in uno di quei negozi che trattavano antiquariato, oggetti provenienti da un mondo i cui frammenti vivevano solo nelle parole e nei ricordi di alcuni. L’atmosfera ricordava un salotto di una vecchia casa terrestre; uno stravagante lampadario di cristallo pendeva dal centro della stanza, poltrone di tessuto color porpora erano accostate a tappeti tessuti a mano. Tairin conosceva bene quegli oggetti; uno di quei vecchi cellulari a conchiglia, una radio a valvole che recitava “clipper”, una serie di utensili per cucinare. Ma tra tutti, un oggetto in particolare catturò la sua attenzione: una graziosa scatoletta intarsiata, ricavata probabilmente da un albero terrestre, con un’iniziale incisa sul fronte “R”. Un lucchetto sembrava posto quasi a voler proteggere qualcosa di prezioso.

Tairin studiò per qualche minuto il bauletto. Avrebbe potuto essere anche vuota visto il peso quasi inesistente, il contenuto perso durante tutti questi anni di viaggio; non le rimase che chiedere spiegazioni. Dopo la conferma della presenza del contenuto, non restava che l’acquisto per ottenere la chiave e Tairin non esitò neanche un secondo ad impossessarsene. Sulla via del ritorno fantasticò su cosa avrebbe trovato all’interno, una foto in 2D di un paesaggio innevato, magari un braccialetto ereditato di generazione in generazione, oppure una gemma preziosa posseduta da un Re di altri tempi.

Rinchiusa al nella sua dimora, finalmente inserì la chiave nella toppa ed udì il suono tanto atteso “click”. Inebriata dal profumo del legno, attese qualche secondo prima di analizzare il contenuto. Una lettera! Il dolce rumore della carta che si piega, quella sensazione di fragile robustezza non tradirono le aspettative di Tairin. Sebbene gli anni avessero invecchiato la carta rendendola giallognola, le scritte ancora ben chiare recitavano così:

Caro Babbo Natale,

Scrivo queste due righe a te, Papà Natale.

Non so se sono stato bravo, ho fatto del mio meglio. Ho dato una mano a mio padre con il lavoro, sono riuscito a far sorridere Clara, sai, era da tanto che non sorrideva, a causa della sua malattia… Ah si, ho anche donato i miei guanti nuovi a un bambino che sembrava averne bisogno più di me… Ho una richiesta un po’ particolare, quest’anno. Prima devi sapere: sono due anni che aspetto, nella speranza di rivivere il Natale, sentire la sua atmosfera appieno: oramai non e’ più lo stesso… Non vedo più la magia. Non vedo la magia dell’albero di Natale, non mi sveglio più la notte sperando di riuscirti a vedere, non fremo la mattina, quando dovrei correre verso l’albero per vedere cosa hai lasciato. Quello che vedo ora, e’ un sorriso un po’ incerto, un sorriso di quelli che hanno da nascondere qualcosa. E quel qualcosa e’ dolore, mancanza e nostalgia e lo leggo nelle facce dei miei parenti, lo sento io per primo… perdonami Babbo, ma per quanto mi sforzi, non riesco proprio a vivere il Natale come vorrei. Lui non c’è più e io non me ne faccio una ragione, le sue mani calde e grandi non mi accarezzano più la faccia, mi manca la sua allegria contagiosa e le sua presenza… Quindi veniamo alla mia richiesta. Ecco, vorrei che anche lui avesse un buon Natale, dovunque sia, quindi per favore, ti chiedo di portare questa medaglietta che ho comprato al negozio qui di fronte, direttamente a lui, al mio caro nonno. C’è disegnato sopra un Alpino, sono sicuro che gli sarebbe piaciuta.

Ti voglio bene,

R.

Quale incredibile testimonianza aveva incrociato il uso percorso, rimase a chiedersi Tairin. E ancora faticava a comprendere, perché non conosceva il significato di “Famiglia”, né tanto meno di quel misterioso “Natale”, di cui aveva solo letto. Una seconda lettera seguiva alla prima. Tuttavia la calligrafia era quella di un adulto, la cui penna portava il fardello dell’esperienza, ma che da questa traeva la sua forza e così scriveva:

Caro R.

Da dove incominciare…  Probabilmente non mi conosci, ma io sì. Ho saputo della tua storia da tuo zio, sono passati otto Natali da allora. Sono convinto che le nostre storie siano legate, in fondo anche io ho perso mio nonno da giovane… Speravo di poterti incontrare per scambiare quattro chiacchiere, magari al Chocolate Bar di Green Square, so non c’è niente di meglio che sorseggiare una cioccolata calda al riparo dal vento di questa fredda stagione. Purtroppo le mie ricerche non mi hanno portato a te, ma spero almeno che queste parole possano in qualche modo raggiungerti.

Dunque, hai mai pensato al perché a Natale si ricorda i famigliari scomparsi? Eppure dovrebbe essere una ricorrenza che celebra la nascita come da tradizione. E non è forse il regalo un augurio che il dolore lasci spazio alla gioia, le luci sono un segno di speranza e di calore, non è quindi questa una contraddizione? 

Lascia che ti dica cosa penso: Famiglia e Natale sue due cose speciali. Il legame famigliare che lega i parenti fin dalla nascita spiana la strada all’amore assoluto, che non sempre accade ma è solito accadere. D’altro canto il Natale crea un’atmosfera mistica che accentua ogni emozione. E queste cambiano l’ambiente circostante facendo la differenza in sé stessi nel prossimo. Nel prossimo perché ci avvicina di un poco a chi non conosciamo, e ci fa cadere nelle braccia di chi è sempre stato vicino.. In sé stessi perché ci fa ritrovare le cose semplici con un rinnovato sguardo, ricordare i Natali passati, tornare ad essere bambino.

Ecco vedi, anche il tuo Natale ha cambiato i miei! Ho riflettuto sullo stesso dolore che ci accomuna.. e ho realizzato quanto fosse dolce soffrire.

Significa amare ancora chi ci ha amato. 

Ma il segreto è che non c’è bisogno di una Famiglia per provare l’amore più profondo, né di un Natale per esprimerlo. 

Un forte abbraccio,

A.

Tairin prese qualche minuto per riflettere. Prima che se ne potesse accorgere, una lacrima segnava la lettera.

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spirito natalizio

Bene, siamo quasi pronti al ritorno in Patria e celebrare il Natale come si dovrebbe. Tuttavia prima di tornare in Italia per riabbracciare tutti, ho dovuto/devo confrontarmi con una lista di piccole grandi cose:

  • Scrivere report del Motor Show di Tokyo (in Giapponese) -> fatto anche se devo ammettere che ho chiesto un piccolo aiutino ad una mia conoscenza. Per fortuna non c’erano indicazione su lunghezza né tema
  • Dare l’esame di giapponese più difficile per gli stranieri N1: una grossa bufala sia per i contenuti trattati, sia per quanto sia molto poco indicativo del livello del giapponese dell’individuo -> fatto lo sforzo di partecipare anche senza motivazione
  • Aggiungere alla patente giapponese il segno per le moto di grossa cilindrata, cioè affrontare questo percorso (che comprende passare su un piccolo ponte sopra un certo tempo, partire in salita, alzarsi in piedi e fare un numero di dossi e bla bla) con tempistiche, punteggio… -> fallito miseramente *

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Ma la lista più importante è quella delle cose da fare per trovare lo spirito natalizio:

  • Fare un giro con la propria ragazza in Duomo e vedere l’albero di Natale -> la ragazza ce l’ho ma per ora sono andato solo a Roppongi in un posto suggestivo chiamato Midtown ricco di lucine e pubblicità
  • Creare playlist di canzoni di Natale, ma di quelle serie, quelle di una volta -> ok, ce la posso fare
  • Andare a pattinare -> dovrei riuscire per questo weekend
  • Mangiare pandoro -> ma lo vendono?
  • Fare albero e riempire la casa di angeli, renne e tutti ciò che c’entra con il Natale -> purtroppo mettere qualcosa qui dentro potrebbe comportare che io debba stare fuori, mi sono permesso il lusso di attaccare qualche sticker ai muri
  • Vedersi una carrellata di film di Natale, possibilmente con qualcuno -> devo trovare i sottotitoli che è un mestiere estremamente difficile dato che qui i dvd si affittano e non si scaricano. C’è sempre Amazon Video che è un servizio comodo e sempre più ricco di titoli, ma nell’ultimo periodo per un motivo o per l’altro ho visto solo film violenti
  • Bersi cioccolata calda/grog davanti al camino con una persona speciale -> mmm non so se il condizionatore valga, ma il grog c’è stato
  • Scrivere una storia di Natale -> dovrei riuscire a pubblicarla a breve

Bene miei cari amici, spero di vedervi presto qui. Che possiate approfittare di questa festa per rinnovare il vostro spirito e trascorrere piacevolmente il vostro tempo. Per quanto contornata da critiche e gesti forse un pò inutili, è comunque un evento a me caro, forse per i bei ricordi che conservo del passato. Quindi anche se in anticipo, Buon Natale a tutti.

IMMAGINE: http://blog.livedoor.jp/tsumuji_special/archives/cat_50039704.html
*Anche con la nuova direttiva Europea che ha cambiato gli esami in Italia con prove simili, noi ce lo scordiamo un esame di questa portata

inutilità e indifferenza

Miei cari amici, è lungo tempo che non vi racconto qualche storia. Però in questo periodo è veramente difficile: sebbene mi sia liberato di ogni impegno in attesa di entrare nel mondo del lavoro Giapponese e abbia una marea di cose che mi frullano per la testa, non riesco a trarre uno strascico di conclusione. Quando sembro essere arrivato ad una plausibile soluzione, prima che possa afferrarla mi si presenta davanti l’esatto opposto.

E poi finisco sempre per dirmi, ma è utile? Di cercare il giusto e il sbagliato quando sono concetti relativi, di capire il motivo di questa vita quando neanche magari esiste, di farmi domande quando domani potrebbe finire tutto. Di recente ho avuto l’occasione di leggere una manciata di commenti riguardo all’attenzione mediatica che ha ricevuto la Francia rispetto ad altri Paesi, le morti di Lo Porto o Solesin. Tutti a scannarsi per poi che cosa? Come per cercare lasciare traccia di sé senza rendersi conto che si tratta di sputare nell’oceano, per lo più su temi che non fanno differenza.

Non conosco le persone degli attentati in Nigeria, Francia e tanto meno in Libano. Sperare, commuoversi, cosa cambia? Il giorno prima ci siamo, quello dopo tutto finisce. La consapevolezza che tutto sia inevitabilmente determinato resta sempre di sottofondo, come quel rumore del ventilatore in estate. E di quel ventilatore ogni tanto ci si ricorda, quando si legge il libro che poi si dimenticherà, si esce con chi presto o tardi scomparirà, si impara una cosa per poi abbandonarla e passare ad un’altra.

Forse sarebbe meglio dedicarsi solo ad un paio di cose e farle per sempre. Come amare una persona, rileggere sempre lo stesso libro a distanza di tempo, specializzarsi in una materia. In questo modo, si possono trarre le maggiori soddisfazioni e ci si può avvicinare a una bozza di infinito. D’altra parte non sopporto il non-cambiamento, perché va contro stile di vita e concetto di evoluzione che ho fatto parte di me da molto tempo, per non contare quando le circostanze hanno fatto la differenza la posto mio. Ecco vedete? Ancora nessuna conclusione.

Potreste dire che sono passivo ed insensibile. Può darsi, però ho sempre vissuto cercando di plasmare quello che mi circonda con queste mani, e raggiunto un buon livello in N cose estremamente utili per poi cambiare. E quando comunque volevo continuare, mi sono trovato delle porte chiuse.

E allora mi chiedo se tutto quello sputare non sia solo un modo per passare il tempo libero, o dimenticarsi di questa esistenza provvisoria.. Di sicuro Tokyo mi ha cambiato in questo anno e mezzo. Con questo concentrato di umanità, perversione, difficoltà, è un mondo a parte che mi ha regalato innumerevoli emozioni e mi ha mostrato cose che non avrei mai pensato potessero esistere. Ma si è preso qualcosa in cambio.

Tokyo Tower

è sì, alla fine tutte le strade portano a Tokyo. Farò comunque in modo che questo cambiamento sia solo una fase provvisoria, un momento per vedere le cose in modo un pò distaccato per poi tornare a vivere con una nuova consapevolezza, per quanto stupido e provvisorio possa sembrare. E alla fine, vedremo chi avrà la meglio, cara maledetta Tokyo.