kangaimuryou in Tokyo

Non vorrei fare come chi argomenta solo sul Giappone, come molti della comunità dei JBloggers di Youtube, oppure chi ha aperto blog con titoli che richiamano questo Paese lontano.

Vorrei che qui rimanesse il piccolo bar di sempre, quello dietro l’angolo con una piccola insegna luminosa, accogliente al punto giusto, e naturalmente, con i miei cari amici, voi. Mettere due belle ragazze dietro al bancone al posto di questo vecchio noioso barista, attirerebbe sicuramente nuova clientela, ma forse nessuno farebbe più caso al rumore del legno scricchiolante, alle parole di chi è stato qui e questo posto perderebbe un pò della sua originalità.

D’altra parte è vero che è estremamente difficile non parlare di Tokyo, che raccoglie così tanti segreti, storia e diversità.

Diciamo che allora, se me lo permettete, apporterò solo qualche piccola modifica, magari appenderò un quadro un pò storto della Tokyo Tower, o inizierò a servire qualche bibita dal sapore poco conosciuto.

Oggi vorrei iniziare spendendo due parole raccontandovi del fascino del viaggio che faccio tornando in bici la sera.

Per la prima parte direi niente di speciale. Ma è quando le vie si stringono così tanto che a malapena ci passo, che la magia accade.

I profumi della signora che prepara la cena mi portano via sempre un paio di muniti di fermata, mentre cerco di indovinare cosa sta preparando. Qualche casa più avanti ci sono dei fiori profumatissimi, ma di quell’odore che non stroppia ma inebria, in modo discreto. Poi segue il silenzio.

Sbuco in una strada che passa sotto un ponte dove corrono i treni, che come hanno sempre ispirato così tanti autori di libri o film, su di me hanno lo stesso effetto. Nessuna critica questa volta, ma sapere che quel treno arriverà in orario, mi da un senso di pace interiore che non riuscirei a intravedere altrimenti. Dove la strada si allarga un pochettino riappaiono di nuovo persone. Ma tutti camminano assorti come se ci fosse un tacito accordo, anche se forse la stanchezza gioca un ruolo importante: ci sono le coppie, chi torna dal lavoro, la signora degli onighiri che porta dentro il tavolo, il ragazzo del banchetto del ramen che conta l’incasso, e tutto si muove, con estrema tranquillità.

Poi arrivo al passaggio a livello che sta proprio di fianco alla stazione, tanto che posso vedere i treni quando si fermano. Procedendo ancora un pò incrocio la via del mercato, dove non ci sono bancarelle ma solo negozi, le mattonelle cambiano colore e qualcuno cammina solitario. Segue la tristezza perché in quel momento ritorno con la mente a quel mercato isolato di Osaka, che la notte si riempie di clochard, un pò come a volersi a nascondere. Ma forse mi sbaglio sul motivo.

Dopo qualche discesa e salita arriva il mio tratto preferito. La strada si allarga, a destra ci sono palazzi alti, molto probabilmente condomini, a sinistra c’è una collinetta che mi separa da un lungo canale. Su questo tratto posso andare senza mani, ma invece di immaginarmi i fiori delle siepi o degli alberi che sono coperti dall’oscurità, non penso proprio a niente. Sento un treno passare in lontananza, incrocio un paio di biciclette e il caos di Shibuya mi sembra lontano mille miglia. Ci ho provato a pensare a qualcosa, o meglio a capire cosa pensavo, una volta mi sono anche fermato su una panchina, è passata una giovane coppia in cerca di intimità e l’unica cosa che mi è venuta in mente è che mi piacerebbe portarci la mia ragazza.

C’è un parola per tutto questo 感慨無量 (Kangaimuryou) che significa essere colmo di sentimento, e quel “gai”, il secondo carattere, significa triste, anche se non compare nel significato. Non so perché, trovo che calzi a pennello. Al ritorno riesco sempre a salutare almeno un paio di gatti, ogni volta mi chiedo che lingua usare, ma alla fine opto sempre per il giapponese.

In conclusione parcheggio la bici dietro di casa, con le gambe che bruciano, ma senza dubbio kangaimuryou.

Spero che anche voi, miei cari amici, siate riusciti a trovare il vostro “Giappone”.

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Fonti: Google Maps

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3 thoughts on “kangaimuryou in Tokyo

  1. Caro Alessandro, scrivi talmente bene! È un piacere quando la mail mi segnala che hai scritto uno dei tuoi pezzi. Hai della stoffa cugino, dico proprio la stoffa dello scrittore.Ma sei sicuro che vuoi fare l’ingegnere??!! Magari ti legge qualche editore, o il direttore di un quotidiano importante e tu diventi l’esperto corrispondente per la cultura nipponica. Penso a Pasolini, quando ha scritto “L’odore dell’India”, o al Moravia de “La rivoluzione culturale in Cina”. Comunque anche Gadda, grandissimo scrittore, era ingegnere, come anche Volponi……perciò non mettere biglie al futuro!
    Mi pare di capire che stai bene, che sei contento e che inizi a scrivere e parlare in Giapponese. Complimenti, perchè dev’essere tosta! E se sai già farti capire anche dai gatti, poi…..
    Un abbraccio
    Chiara

  2. Ciao cugina! Non è che sei un po’ di parte?
    Comunque la scrittura come il ballo sono mie passioni, ma non sono mai riuscito a vederle come lavoro. Questo posto è speciale perché non devo rendere conto a nessuno, posso parlare di qualunque cosa e non ho scadenze, perciò non credo che mi piacerebbe scrivere in un contesto diverso. L’ingegneria industriale invece è nata come passione, ma soprattutto come lavoro.
    Ad ogni modo resto aperto a tutto, intanto ti ringrazio del commento!

  3. Ma no Alessandro, non sono di parte! Volevo solo farti un complimento perchè scrivi bene! È vero che amo la letteratura, che io stessa una volta scrivevo tante cose, ed è vero che apprezzo chi scrive bene. Non mi pare che in giro ci siano tanti giovani che lo sanno fare, volevo solo dirti che sei molto bravo anche in questo. Bacioni

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