nuoto

Mi avvicino all’acqua. è limpida, azzurra e sembra chiamarmi. Sembra sfidarmi.

Io la guardo e lei pure. Per un attimo il mondo si ferma, i suoni sbiadiscono, la mente si libera. Poi sento di nuovo le voce dei bambini e i richiami del bagnino.

Mi tuffo.

Sott’acqua il mondo sembra diverso, i rumori sono più colorati, le facce sbiadite. Cerco di arrivare il più lontano possibile, come se volessi arrivare da qualche parte chissà dove. Respiro, il più che posso. Ed ecco la prima bracciata. Poi la seconda. Terza e respiro. Poi la quarta la quinta e così via. Mi concentro sul mio corpo e cerco di perfezionare ogni minimo movimento, l’apertura delle mani, lo slancio delle braccia, l’altezza del sedere.

Le prime bracciate sono quelle di assestamento. Prendo confidenza con l’acqua e con la tecnica. Le bracciate successive sono per la gente che non ha cuore, quelli che fanno soffrire gli altri. Poi ci sono le bracciate per le ingiustizie, perché la vita tante volte è ingiusta con chi non se la merita.

Quando la battaglia sembra persa, le mie braccia perdono di potenza, inizio a rallentare, è a quel punto che ci sono le bracciate per i miei cari. Le persone che mi stanno vicino e che mi vogliono bene. Amici, parenti, la mia ragazza. Ed è grazie a queste bracciate che non mi arrendo, che stringo i denti e arrivo al traguardo.

Ritorno alla realtà, mi sposto gli occhialini, respiro stremato. E mi dico: “ce l’ho fatta”

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